Autore: Fabiano Conti
Inforcata la bicicletta, esco da Mortara in una mattina di maggio. L’aria è fresca, profuma di terra bagnata e di qualcosa che non saprei definire ma che riconosco subito: è il profumo della mia Lomellina. Imbocco la strada bianca che costeggia il subdiramatore destro del Canale Cavour, quella stessa opera ottocentesca che ha trasformato per sempre queste terre, e davanti a me si apre uno spettacolo che non smette mai di sorprendermi.
Le risaie sono allagate. È il momento della semina e la pianura si è trasformata in un immenso specchio d’acqua frammentato in geometrie perfette. Pedalo lentamente lungo l’argine e il cielo si riflette sotto di me, raddoppiando l’azzurro. Alcune nuvole bianche galleggiano contemporaneamente sopra la mia testa e nei campi alla mia destra. È un paesaggio che mi lascia sempre senza parole, ogni volta come fosse la prima.
Mi fermo per un attimo, appoggio la bici contro un palo di cemento che sorregge i fili elettrici. Il silenzio è rotto solo dal gorgoglio dell’acqua che scorre nelle rogge, quel sistema di canali che i monaci cistercensi hanno iniziato a costruire nel Quattrocento, bonificando le paludi e dando vita a questa vocazione risicola. Penso a quei monaci, alla loro pazienza, alla loro visione.
Riprendo a pedalare. Alla mia sinistra, un airone cenerino se ne sta immobile come una statua grigia nell’acqua bassa. Solo quando gli passo accanto, con un movimento pigro delle grandi ali, si solleva e si sposta pochi metri più in là. È abituato a noi umani, non si spaventa facilmente. Più avanti scorgo una coppia di garzette, bianche come il latte, che pescano metodicamente tra le piantine di riso appena spuntate.
Il richiamo rauco di una nitticora mi fa alzare lo sguardo. La primavera trasforma le risaie in un paradiso per gli uccelli. Ho imparato a riconoscerli negli anni, durante queste mie pedalate. Una volta, all’alba, ho persino visto un airone rosso, raro e maestoso.
La strada sterrata mi porta verso una vecchia cascina. Riconosco la struttura tipica, quella corte chiusa con i mattoni rossi consumati dal tempo e dalle intemperie. È disabitata da anni, le finestre sono murate, ma conserva ancora una dignità silenziosa. Quante vite ha visto questa cascina? Quante mondine hanno cantato nei suoi cortili?
Mi piacerebbe entrare, esplorare, ma non posso. Continuo a pedalare. Passo accanto a un’altra cascina, questa invece viva e operosa. Nel cortile vedo un trattore moderno. Un drone è appoggiato su un tavolo sotto la tettoia. La tecnologia è arrivata anche qui, tra questi campi che sembrano immutabili ma che invece si trasformano, si adattano, si rinnovano continuamente.
Conosco bene il ciclo del riso. L’ho visto ripetersi per tanti anni. Ora, a maggio, c’è l’acqua e il verde timido delle piantine. Tra qualche settimana, quando tornerò qui in bicicletta, l’acqua sarà più bassa e il verde sarà diventato intenso, quasi accecante sotto il sole. E poi, in autunno, vedrò i campi dorati, le mietitrebbie al lavoro, la polvere che si alza nell’aria fresca di settembre.
Ogni stagione ha il suo fascino, il suo profumo, la sua luce. Ma questa, la primavera delle risaie allagate, è la mia preferita. Forse perché rappresenta l’inizio, la promessa, il potenziale di tutto quello che verrà.
Pedalo ancora, ormai sono a metà del mio giro. Passo accanto a un cartello che indica le varietà coltivate in quel campo: Carnaroli, leggo. Il “re dei risi”, quello perfetto per i risotti. Più avanti, un altro campo con l’Arborio. E poi il Baldo, il Vialone Nano. Ogni varietà ha le sue caratteristiche, le sue esigenze, il suo mercato. Penso alla paniscia fumante nelle serate d’inverno, al risotto con la salsiccia che è un classico lomellino.
La campagna mi fa sempre questo effetto: rallenta i pensieri, li sistema, li mette in prospettiva. Le scadenze dell’ufficio, le pratiche da chiudere, le delibere da preparare, tutto questo per un’ora scompare. Resto solo io, la bicicletta, il paesaggio e il ritmo regolare dei pedali.
Eppure, anche qui tra i campi, non posso fare a meno di pensare che le cose stanno cambiando. Gli agricoltori con cui parlo mi raccontano della difficoltà di gestire l’acqua con i cambiamenti climatici, delle primavere sempre più irregolari, delle estati troppo calde.
Vedo campi certificati biologici, agricoltori che hanno scelto la lotta integrata, che riducono i pesticidi e cercano metodi più rispettosi dell’ambiente. È una sfida, ma è anche un’opportunità. La Lomellina deve continuare a reinventarsi, come ha sempre fatto nei secoli.
Il sole è ormai alto quando faccio dietrofront. Il campanile di Mortara si profila all’orizzonte, fedele punto di riferimento. Pedalo più veloce ora, con il vento a favore. Le gambe sono un po’ stanche ma il cuore è leggero. Attraverso un ultimo tratto di strada asfaltata che costeggia una roggia dove l’acqua scorre chiara e veloce. Un gruppo di rane gracida tra le canne.
Rientro in paese, riprendo contatto con la civiltà. Le auto, i clacson, la gente che cammina sui marciapiedi. Ma per alcune ore sono stato libero. Sono stato parte di questo paesaggio che amo, di questa terra d’acqua e di riso che è casa mia.
Parcheggio la bici. Prima di entrare in casa, mi volto un’ultima volta verso la campagna che si intravede oltre i tetti delle case. Le risaie sono lì, silenziose e operose, a custodire una tradizione millenaria e a scrivere, giorno dopo giorno, il futuro di questa terra.
Sono nato a Voghera, ma è qui, tra Mortara e queste risaie, che ho trovato il senso del mio lavoro e della mia vita. Ogni delibera che firmo, ogni pratica che istruisco, ogni permesso che valuto riguarda questo territorio. E quando le carte mi opprimono, inforcherò di nuovo la bicicletta e tornerò là fuori, tra il cielo e l’acqua, tra la memoria e il futuro, nella mia Lomellina.

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