Autore: Fabiano Conti
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Ciao a tutti, ecco cosa troverete in questo articolo:
Introduzione alla Val Sermenza e alla Val d’Egua
La Val Sermenza si trova in Piemonte, all’interno della Valsesia, una valle laterale della provincia di Vercelli. Prende il suo nome dall’omonimo torrente che scorre lungo tutta la vallata e che, in molti tratti, è profondamente incassato fra strette gole. La valle ha origine nel paese di Balmuccia (circa 440 m s.l.m.) e si estende per 18 chilometri fino a Rima (1417 m s.l.m.), passando per i borghi di Rossa (a circa 3 km da Balmuccia), Boccioleto (a circa 6 km), Fervento (a circa 8 km) e Rimasco (a circa 12 km), Rima San Giuseppe (a circa 15 km) e Rima (a circa 18 km) . A Rimasco si apre un’ulteriore valle laterale, la Val d’Egua, che prosegue per circa 6 chilometri fino a Carcoforo passando da Ferrate.
Chi visita questa valle rimane colpito dalla magnificenza del paesaggio naturale, con i suoi fitti boschi e i ripidi versanti che offrono panorami straordinari, e resta affascinato dalle costruzioni tradizionali che rispettano lo stile locale e le antiche tecniche edificatorie tipiche della Valsesia, con un uso predominante di legno e pietra. Le coperture in “piode”, ampie lastre di pietra chiamate anche “beole”, rappresentano l’elemento distintivo dei tetti nei piccoli paesi della Val Sermenza.
Rossa

Il primo centro abitato che Pietro ed io abbiamo incontrato dopo Balmuccia, voltando su una strada a destra in località Cerva, è stato Rossa, un borgo che ci ha colpito immediatamente per la sua posizione privilegiata. Arroccato sul versante della valle, questo piccolo paese ci ha regalato una vista panoramica mozzafiato sulla vallata sottostante e sulla natura selvaggia che la circonda, offrendoci scorci indimenticabili.
Una delle curiosità più affascinanti che abbiamo conosciuto è il Puncetto, un’antica e complessa tecnica di merletto a nodi che rappresenta un’autentica rarità nel panorama dell’artigianato italiano. Questa raffinata arte del ricamo, tramandata di generazione in generazione, viene utilizzata per decorare gli elaborati costumi popolari locali con intrecci di una bellezza e precisione straordinarie.
Abbiamo poi scoperto la suggestiva tradizione dei Mazzi di Fiori di San Giovanni, una celebrazione magica che affonda le radici in antiche credenze popolari e che si svolge il sabato precedente al 24 giugno. In questa occasione speciale, gli abitanti di Rossa si dedicano alla raccolta e alla composizione di mazzi realizzati con erbe e fiori particolari, tra cui aglio selvatico, menta fresca, iperico dai fiori dorati, artemisia e altre piante aromatiche. Questi mazzi vengono poi portati in chiesa per essere benedetti durante una cerimonia collettiva. La tradizione vuole che, una volta benedetti, questi mazzi vengano conservati nelle case e bruciati durante i temporali estivi per proteggere l’abitazione dai fulmini, in un rito che unisce fede cristiana e antiche superstizioni montane in modo affascinante.
Rossa rappresenta il punto di partenza ideale dei cosiddetti Sentieri dell’Arte, itinerari unici nel loro genere che trasformano una semplice camminata in montagna in un vero e proprio viaggio attraverso l’arte sacra e la storia locale. Tra questi, particolarmente suggestivo è il sentiero che sale verso l’Alpe Sull’Oro, un percorso che si snoda tra boschi secolari e prati alpini, punteggiato da cappelle votive e oratori affrescati che emergono inaspettatamente dal paesaggio.
Un altro tesoro nascosto di Rossa sono gli antichi Mulini Storici del Seicento situati lungo il torrente Cavaione. Questi imponenti edifici in pietra, alcuni dei quali ancora funzionanti o recentemente restaurati, testimoniano l’importanza che la lavorazione dei cereali aveva per l’economia montana di un tempo. Visitare questi mulini è come fare un tuffo nel passato: si possono ammirare le macine originali, i complessi sistemi di canalizzazione dell’acqua e gli ingegnosi meccanismi che trasformavano la forza del torrente in energia per macinare grano, segale e altri cereali.
Ma la sorpresa più inaspettata che Rossa riserva sono le spettacolari Piscine Naturali nelle profonde gole del torrente Mastallone. Questi laghetti naturali dalle acque cristalline color smeraldo, formatisi nei secoli grazie all’erosione della roccia, sono circondati da lisce pietre levigate e piccole spiagge di sabbia finissima che creano un contrasto stupefacente con il paesaggio montano circostante. Raggiungere queste piscine naturali richiede una breve escursione lungo il torrente, ma la fatica è ampiamente ripagata dalla bellezza del luogo.
Boccioleto
Poco oltre, dopo aver attraversato il ponte sul Cavaione, si è aperto davanti ai nostri occhi l’antico paese di Boccioleto. Ciò che ha catturato immediatamente il nostro sguardo è stato l’imponente monolite naturale chiamato “Torre delle Giavine”, una maestosa formazione rocciosa che si erge come un gigante di pietra a guardia del paese. Questa spettacolare parete verticale è diventata negli anni una meta ambita dagli appassionati di arrampicata sportiva.
Il borgo racchiude un patrimonio artistico straordinario che ci ha sorpreso mentre ci addentravamo tra le sue vie. L’Oratorio di San Lorenzo, piccolo gioiello quattrocentesco nascosto tra le vie del paese, custodisce al suo interno un ciclo di affreschi che lascia senza parole. Queste pitture murali, realizzate tra il XV e il XVI secolo, narrano storie sacre e allegorie con una vivacità di colori e una ricchezza di dettagli che testimoniano l’importanza culturale di questo borgo anche in epoche remote. Particolarmente affascinante è la rappresentazione del Giudizio Universale e le scene della Passione di Cristo.
Fervento
Dopo poche curve il borgo di Fervento è apparso davanti a noi come un gioiello incastonato su un panoramico ripiano naturale. Il paesaggio qui si è aperto in uno spettacolo mozzafiato: la valle e il torrente Sermenza proseguono il loro corso sinuoso tra montagne che innalzano sempre più le loro cime maestose, fino a raggiungere la confluenza con un altro torrente, l’Egua, creando un punto di incontro tra due mondi acquatici che hanno plasmato nei millenni questo territorio.
Questo borgo di montagna, frazione di Boccioleto, custodisce segreti che pochi conoscono e che meritano di essere scoperti con calma, abbandonando la fretta della vita moderna. Ciò che ci ha fatto capire quanto Fervento sia davvero speciale è la sua capacità di fondere in modo armonioso elementi apparentemente contrastanti: la verticalità delle pareti rocciose con la dolcezza dei boschi, l’arte sacra antica con l’adrenalina dello sport estremo, la quiete contemplativa con l’energia vitale della natura selvaggia.
Il primo elemento che ha catturato la nostra attenzione è stata la leggendaria falesia di Ronco di Fervento, una parete di granito ruvido che rappresenta una delle mete più ambite per gli scalatori di tutta la regione. Questa parete storica, attrezzata con chiodatura moderna, offre vie per tutti i livelli di difficoltà ed è particolarmente apprezzata nelle mezze stagioni, quando le condizioni climatiche sono ideali. La particolarità di questa falesia non risiede solo nella qualità della roccia granitica, ma anche nel contesto paesaggistico in cui si trova: arrampicare qui significa vivere un’esperienza completa, dove lo sforzo fisico si accompagna alla contemplazione di panorami alpini che si perdono all’orizzonte.
Il borgo ci ha rivelato un tesoro artistico di rara bellezza: l’antica Chiesa di Sant’Antonio Abate, edificio sacro risalente al XVI-XVII secolo che custodisce al suo interno un ciclo di affreschi quattrocenteschi di straordinaria fattura. Sulle pareti si può ammirare la rappresentazione di San Cristoforo, protettore dei viandanti (particolarmente venerato in questi territori montani attraversati da antichi sentieri), e una Crocifissione di grande intensità emotiva. Questi affreschi sono attribuiti ai “pittori del Campo”, artisti locali che nel Quattrocento hanno lasciato tracce preziose del loro talento in vari edifici sacri della Valsesia.
Il paesaggio alpino che circonda Fervento ci è sembrato un universo da esplorare con lentezza. Il borgo si trova a 798 metri di altitudine, immerso in un’area ricca di boschi di faggi e abeti che cambiano aspetto con il susseguirsi delle stagioni: dal verde brillante della primavera al caleidoscopio di colori autunnali, passando per l’ombra fresca dell’estate e il silenzio ovattato dell’inverno sotto la neve. Da qui partono sentieri escursionistici che conducono verso alpeggi remoti come l’Alpe Selletto e le Piane Grandi, luoghi dove il tempo sembra essersi fermato e dove è ancora possibile incontrare pastori che mantengono vive le antiche tradizioni della transumanza. Questi sentieri non sono solo percorsi fisici, ma veri e propri viaggi nell’essenza più autentica della montagna, dove ogni passo porta alla scoperta di angoli nascosti, sorgenti cristalline, e panorami che si aprono improvvisi tra gli alberi.
Particolarmente affascinante ci è sembrato il percorso che conduce alla Bocchetta del Bià, un passo di montagna che offre viste spettacolari e rappresenta uno di quei luoghi dove si percepisce la grandezza delle Alpi in tutta la sua maestosità. Durante queste escursioni non è raro imbattersi in fauna selvatica: camosci che si muovono agili sulle rocce, marmotte che fischiano all’avvicinarsi dei visitatori, e una straordinaria varietà di uccelli rapaci che planano silenziosi sulle correnti ascensionali.
Un elemento che ci ha fatto capire quanto Fervento sia davvero unico è il suo torrente che attraversa il borgo, un corso d’acqua che rappresenta molto più di un semplice elemento del paesaggio. Abbiamo scoperto che questo torrente è stato candidato ai “Luoghi del Cuore” del FAI (Fondo Ambiente Italiano), un riconoscimento che testimonia il valore naturalistico e paesaggistico di questo ambiente fluviale. Le sue acque cristalline scorrono tra massi levigati creando piccole cascate e pozze naturali dove, nelle giornate più calde, è possibile rinfrescarsi in un contesto di bellezza selvaggia.
Fervento celebra il suo patrono, San Rocco, il 16 agosto con una festa tradizionale che richiama abitanti delle frazioni circostanti e visitatori, un momento in cui il borgo si anima con processioni, musica e convivialità, mantenendo vive tradizioni secolari che testimoniano il forte legame tra la comunità e il proprio territorio.
Rimasco
Ed eccoci dunque giunti a Rimasco, prima località del nuovo comune di Alto Sermenza, un borgo che nasconde tesori inaspettati tra le montagne della Valsesia. Rimaniamo sempre colpiti dal suggestivo lago artificiale, costruito nel lontano 1925, che conferisce al contesto paesaggistico un’atmosfera quasi fiabesca. Questo piccolo ma magnifico specchio d’acqua, incastonato tra le vette alpine, non è solo un elemento scenografico: richiama moltissimi amanti della pesca sportiva, praticabile nel periodo che va da aprile fino alla prima domenica di ottobre. Le acque del lago ospitano trote fario e salmerini, rendendo l’esperienza particolarmente gratificante per i pescatori che cercano una giornata di tranquillità immersi nella natura.

Ma Rimasco sa reinventarsi anche come destinazione per famiglie e amanti del brivido. Con l’apertura dell’impianto di Fun Bob dell’Alpe Campo di Rimasco nel 2014, i flussi turistici verso questa località hanno visto un aumento esponenziale. Io e Pietro non abbiamo resistito alla tentazione di provare questo slittino su rotaia, che percorre un tracciato panoramico mozzafiato tra boschi e prati alpini, offrendo un’esperienza adrenalinica adatta a tutte le età. La seggiovia che sale all’Alpe Campo ci ha regalato inoltre panorami spettacolari sulla valle e sulle cime circostanti, un’esperienza che consigliamo anche a chi non intende provare il Fun Bob.

Di particolare interesse storico e culturale abbiamo trovato l’antico sentiero che in circa 45 minuti di cammino porta alla frazione Dorca, un borgo di origini Walser straordinariamente ben conservato e ancora frequentato dai pastori della zona. Camminare verso Dorca con Pietro è stato come fare un vero e proprio viaggio nel tempo: le case tradizionali Walser, con le loro caratteristiche costruzioni in legno e pietra, raccontano la storia di questa popolazione alpina che secoli fa ha colonizzato queste valli remote. Il borgo mantiene intatta la sua autenticità, con i suoi stretti vicoli lastricati e le antiche fontane in pietra, offrendoci uno scorcio prezioso di vita montana tradizionale che altrove è andato perduto.

Una curiosità che pochi conoscono riguarda la Chiesa di San Giacomo, situata nel cuore di Rimasco, che custodisce cicli pittorici del ‘400 e preziosi altari barocchi. Gli affreschi, scoperti durante restauri relativamente recenti sotto strati di intonaco, rappresentano scene della vita di Cristo e dei Santi con una vivacità cromatica sorprendente. La chiesa stessa è un gioiello architettonico che merita una visita approfondita, specialmente durante le celebrazioni della Sagra della Miaccia, l’evento tradizionale che si svolge il 16 agosto e che celebra questa specialità gastronomica locale a base di farina di castagne, formaggio e burro fuso, una vera delizia da assaporare accompagnata da vino locale.
Rimasco offere anche un’altra perla nascosta: il Museo Gipsoteca Pietro Della Vedova, dedicato a questo importante scultore valsesiano. Il museo è ospitato in un edificio immerso nel bosco, raggiungibile attraverso un breve sentiero che già di per sé costituisce un’esperienza contemplativa. All’interno abbiamo potuto ammirare gessi originali, bozzetti e opere finite che testimoniano il talento di questo artista spesso dimenticato dalle guide turistiche tradizionali, ma che ha lasciato un’impronta significativa nell’arte sacra piemontese del Novecento.
Il territorio di Rimasco è un vero paradiso per gli escursionisti come noi. Numerosi sentieri si snodano attraverso il Parco Naturale Alta Valsesia, offrono la possibilità di avvistare fauna alpina come camosci, stambecchi, aquile reali e marmotte. Durante la stagione invernale, questi stessi percorsi si trasformano in itinerari ideali per lo sci alpinismo e le ciaspole, permettendo di vivere la montagna in un silenzio quasi irreale, lontano dalle piste affollate. Alcuni alpeggi raggiungibili da Rimasco custodiscono inoltre coppelle e impronte precristiane incise nella roccia, testimonianza di antichi riti pagani legati al culto della fertilità e del ciclo delle stagioni, un elemento misterioso che ha aggiunto fascino esoterico alle nostre escursioni.
Rima San Giuseppe
Proseguendo lungo il torrente Sermenza e svoltando a sinistra nel cuore di Rimasco, ci siamo addentrati verso Rima San Giuseppe, un borgo che sorge alla confluenza con la Val Nonai, quella valle laterale che si inerpica dolcemente verso le praterie alpine della Moanda. Questo piccolo gioiello alpino, situato a 1417 metri di altitudine, detiene un primato speciale: è il comune più alto dell’intera provincia di Vercelli, un dettaglio che già da solo racconta della sua natura selvaggia e remota.
Ciò che ha reso Rima San Giuseppe davvero straordinaria ai nostri occhi, però, non è solo la sua posizione geografica, ma l’incredibile stratificazione di tesori nascosti che custodisce. Questo è un borgo di fondazione Walser risalente al XIV secolo, e l’eredità di questa popolazione germanofona proveniente dal Vallese svizzero permea ancora oggi ogni angolo del paese. Le case tradizionali, con le loro caratteristiche facciate in legno scurito dal tempo, i balconi (“lobbie”) aggettanti e i tetti in pietra, creano un’atmosfera che sembra sospesa tra presente e passato, come se il tempo qui scorresse con ritmi diversi rispetto al resto del mondo.
Dal punto di vista spirituale e artistico, il borgo custodisce la magnifica Chiesa di San Giovanni Battista, un edificio che dall’esterno potrebbe sembrare sobrio e alpino, ma che all’interno esplode in una ricchezza decorativa sorprendente. Gli altari barocchi, gli affreschi settecenteschi e le statue lignee policrome creano un contrasto affascinante con l’austerità montana circostante. Poco distante abbiamo visitato anche il Santuario della Madonna delle Grazie, meta di pellegrinaggi locali e custode di ex voto che raccontano secoli di devozione popolare. Entrambi gli edifici meritano una visita attenta, possibilmente accompagnati da qualcuno che possa raccontarne la storia e i dettagli iconografici che altrimenti passerebbero inosservati.
Per noi che amiamo camminare, Rima San Giuseppe è stato il punto di partenza ideale per escursioni che combinano bellezza paesaggistica e interesse storico-archeologico. Il sentiero che sale verso il Corno Mud e il Colle del Mud ci ha offerto panorami mozzafiato sulla catena del Monte Rosa, con le sue cime perennemente innevate che dominano l’orizzonte. Ma ciò che ha reso questi percorsi davvero speciali per noi sono state le testimonianze del passato che abbiamo incontrato lungo il cammino: all’Alpe Vallè, per esempio, abbiamo potuto osservare enigmatiche strutture megalitiche conosciute localmente come “antiche dimore”, costruzioni in pietra a secco la cui funzione originaria rimane oggetto di dibattito tra gli studiosi. Alcuni le interpretano come antichi ricoveri pastorali, altri come luoghi di culto preistorico.
Un altro aspetto che ha reso unica per noi l’esperienza a Rima San Giuseppe è stata la possibilità di immergerci in quella che potremmo definire una “valle vera”, autentica e non turisticamente artefatta. Gli alpeggi che punteggiano il territorio sono ancora attivamente frequentati da pastori che durante l’estate producono burro e formaggi secondo metodi tradizionali tramandati per generazioni. Alcuni di questi alpeggi accolgono i visitatori, offrendoci la possibilità di acquistare prodotti freschi e, con un po’ di fortuna, di assistere alle fasi della lavorazione del latte. Assaggiare una toma d’alpeggio appena stagionata, seduti su una panca di legno davanti a un baita centenario, con il suono dei campanacci delle mucche in lontananza, è stata un’esperienza sensoriale che da sola vale il viaggio.
Rima
Proseguendo ancora per qualche chilometro lungo la Val Sermenza, siamo arrivati a Rima, il gioiello finale di questa valle incantata, seconda località del comune di Alto Sermenza e detentore di un primato che da solo racconta molto della sua natura selvaggia e autentica. Con i suoi 1417 metri di altitudine, Rima è infatti il paese più alto di tutta la Valsesia.
Ma non ci siamo lasciati ingannare dalla sua posizione remota: Rima non è affatto un borgo dimenticato. Anzi, grazie al suo straordinario patrimonio storico-culturale Walser e al fatto di essere tappa fondamentale della leggendaria G.T.A. (Grande Traversata delle Alpi), questo villaggio alpino attrae ogni anno un flusso costante di visitatori italiani e stranieri, soprattutto nel periodo estivo. Abbiamo scoperto che quando arriva l’inverno, Rima si trasforma in un autentico paradiso per gli amanti dello sci alpinismo, con percorsi che attraversano paesaggi incontaminati dove è facile non incontrare anima viva per ore.
Fondata intorno al 1300 da coloni Walser provenienti dal Vallese svizzero, il borgo conserva ancora oggi l’impronta inconfondibile di quella cultura alpina così particolare. Le abitazioni tradizionali, con le loro ampie balconate in legno e gli spaziosi loggiati chiamati “lobbie”, non sono semplici case ma veri e propri capolavori di architettura funzionale, progettati per resistere ai rigori dell’inverno alpino e sfruttare ogni raggio di sole durante le brevi estati di quota.
Una delle attrazioni più curiose e inaspettate che io e Pietro abbiamo visitato a Rima è senza dubbio il Museo del Marmo Artificiale, unico nel suo genere in tutta Italia. Questa antica arte decorativa, che nel XIX secolo rese famosi gli artigiani di Rima in tutto il Piemonte e oltre, consisteva nel creare elaborate decorazioni murali che imitavano perfettamente le venature e i colori del marmo naturale, usando però materiali molto più economici e leggeri. Visitare questo museo ha significato per noi entrare in contatto con una tradizione quasi scomparsa, scoprendo tecniche e segreti tramandati per generazioni e ammirando esempi straordinari di maestria artigianale che decoravano chiese, palazzi e dimore signorili.
Ma per noi Rima non è stata solo storia e tradizione. Il borgo è anche il punto di partenza ideale per alcune delle escursioni più spettacolari dell’intera Valsesia. Il territorio circostante, dominato dall’imponente Monte Tagliaferro e interamente compreso nel Parco Naturale dell’Alta Valsesia, è un paradiso per gli escursionisti. Tra i percorsi più affascinanti che abbiamo valutato c’è il cosiddetto “Giro degli alpeggi”, un itinerario ad anello che tocca numerosi alpeggi storici ancora oggi attivi durante la stagione estiva, dove è possibile incontrare pastori al lavoro e assaggiare formaggi d’alpeggio prodotti secondo metodi che non sono cambiati da secoli. Un’altra escursione che ci ha incuriosito è la traversata Rima-Carcoforo, che segue il tracciato della G.T.A. e permette di svalicare verso la Val d’Egua attraverso paesaggi di rara bellezza, tra praterie alpine fiorite, boschi di larici e panorami mozzafiato sulle cime circostanti.
Per chi cerca un’esperienza più adrenalinica, Rima offre un’attrazione davvero particolare che ci ha incuriosito: il Fun Bob, una pista panoramica su rotaia che d’estate permette di scendere a velocità controllata attraverso i prati alpini, regalando emozioni forti a grandi e piccini mentre ci si gode una vista spettacolare sulla valle sottostante. È un’esperienza che combina divertimento puro e immersione nella natura, perfetta per concludere una giornata di camminate.
Una visita a Rima non può prescindere dalla Chiesa di San Giovanni Battista, edificata nel Seicento. Dall’esterno ci è sembrata una semplice chiesa alpina, ma varcando la soglia ci siamo trovati di fronte a un tesoro di arte sacra: preziosi arredi barocchi, sculture lignee policrome finemente lavorate e decorazioni che testimoniano la devozione e la maestria degli artigiani locali. Ogni statua, ogni altare racconta una storia di fede vissuta in un ambiente ostile, dove la bellezza dell’arte serviva a riscaldare gli animi durante i lunghi inverni di isolamento.
Ferrate
Ritornati giù fino a Rimasco, imbocchiamo la strada che percorre la suggestiva Val d’Egua, una valle laterale che custodisce ancora oggi un fascino autentico e selvaggio. In pochi minuti di strada panoramica, tra curve che si snodavano tra boschi di conifere e scorci sul torrente Egua che scorreva impetuoso, abbiamo raggiunto la piccola frazione di Ferrate, un gioiello nascosto che ci ha sorpreso con tesori inaspettati. Questo minuscolo borgo alpino, situato a 1158 metri di altitudine, ci è sembrato sospeso in una dimensione fuori dal tempo, dove ogni pietra e ogni edificio raccontano storie di fede, arte e vita di montagna.

Ciò che ci ha colpito immediatamente arrivando a Ferrate è stata la Chiesa della Madonna delle Ferrate, dedicata all’Assunta, che domina il centro del borgo con la sua presenza colorata e vivace. La facciata di questo edificio sacro ci è apparsa come un vero e proprio capolavoro di arte popolare alpina: completamente decorata con affreschi dai colori ancora brillanti nonostante il passare dei secoli, rappresenta in un dipinto di straordinaria qualità proprio l’Assunta, con una ricchezza di dettagli e una maestria esecutiva che ci ha lasciato stupefatti, considerando la remotezza del luogo. Affiancata da un elegante campanile, la chiesa sorge sui resti di un precedente oratorio seicentesco, testimonianza della profonda devozione che ha sempre caratterizzato queste comunità montane.
Ma è stato all’interno della chiesa che abbiamo scoperto la vera curiosità, quella che ha reso Ferrate meta di pellegrinaggi nei secoli: un piccolo dipinto della Vergine, custodito gelosamente dietro un’inferriata di ferro (da cui deriverebbe il nome stesso del borgo e della Madonna “delle Ferrate”), sarebbe stato protagonista di un miracolo. La tradizione locale narra di eventi prodigiosi legati a questa immagine sacra, e ancora oggi molti visitatori si fermano in preghiera davanti a questa protezione metallica che ne sottolinea il carattere prezioso e sacro. L’atmosfera di mistero e devozione che abbiamo respirato in questo angolo della chiesa è stata davvero particolare, amplificata dal silenzio della montagna che avvolge il borgo.
Passeggiando per le strette vie di Ferrate, io e Pietro abbiamo visitato anche l’Oratorio di San Giovanni Battista, un edificio che nasconde un tesoro artistico di grande valore. La sua costruzione risale addirittura al XV secolo, se non a un’epoca ancora anteriore, rendendolo uno degli edifici religiosi più antichi di tutta la Val d’Egua. All’interno, abbiamo ammirato le pareti che custodiscono affreschi attribuiti a Teseo Cavallazzi, pittore attivo nelle valli alpine tra Cinquecento e Seicento, le cui opere decorano alcune tra le più belle chiese della zona. Questi affreschi, con i loro colori sbiaditi dal tempo ma ancora leggibili, raffigurano scene sacre e santi, offrendo uno spaccato della religiosità e dell’arte popolare di montagna di mezzo millennio fa.
Per noi Ferrate ha rappresentato dunque una sosta obbligata nel nostro percorso attraverso la Val d’Egua verso Carcoforo: non è stato solo un punto di passaggio, ma un luogo dove ci siamo fermati a scoprire quella stratificazione di storia, arte e spiritualità che rende uniche le comunità alpine. Il borgo si adagia lungo la riva del torrente Egua, circondato da prati verdi e boschi che in autunno si tingono di oro, mentre sullo sfondo si stagliano le cime che chiudono la valle. È un angolo di Valsesia dove il turismo non ha ancora cancellato l’autenticità, dove abbiamo potuto incontrare ancora qualche abitante locale che cura il proprio orto o porta al pascolo poche capre, perpetuando uno stile di vita che rischia di scomparire. Visitare Ferrate ha significato per noi immergerci in un’atmosfera d’altri tempi, dove la bellezza sta nei dettagli: nelle decorazioni delle facciate, nei portoni di legno massiccio, nei ballatoi che profumano di fieno, e soprattutto in quel piccolo dipinto miracoloso che attende dietro le sue ferrate, silenzioso custode di segreti e devozioni secolari.
Carcoforo
Procedendo verso il fondo della valle, ci siamo immersi in un paesaggio di rara bellezza dove abeti e larici formavano una cornice naturale perfetta, fino a giungere finalmente a Carcoforo, l’ultimo abitato della Val d’Egua e uno dei borghi più affascinanti e autentici dell’intero arco alpino piemontese. Questo gioiello nascosto, adagiato a circa 1304 metri di quota in una vasta conca verde di straordinaria luminosità, ci ha conquistato con i suoi secoli di storia, le tradizioni Walser ancora vive e un’atmosfera sospesa nel tempo. Non a caso, nel 1991 la prestigiosa rivista Airone lo ha proclamato “villaggio ideale d’Italia”, un riconoscimento che testimonia la sua capacità unica di preservare autenticità, bellezza architettonica e qualità della vita.
Gli amanti del camper, come noi, troveranno all’ingresso del paese una grande area sosta attrezzata, situata lungo il torrente in una posizione suggestiva. L’area è immersa nella natura, estremamente silenziosa e comoda per raggiungere a piedi il centro del borgo.

Ciò che ci colpisce di più di Carcoforo è la sua radicata anima Walser, ancora pulsante nelle sue architetture in pietra e legno, molte delle quali, ben conservate, risalgono al tardo Medioevo. Passeggiando tra i vicoli acciottolati del borgo, siamo stati accolti dall’Arco della Buona Accoglienza, un imponente portale in pietra del 1734 che segna l’ingresso al centro storico e che porta inciso un motto di benvenuto che ci è sembrato rivolgersi direttamente al cuore. Ma la vera sorpresa sono state le facciate delle case: molte di esse sono decorate con affreschi antichi e meridiane che raccontano storie di fede, lavoro e vita quotidiana montana. Tra queste abbiamo notato Casa Cantore, impreziosita da un affresco di Eugenio Rappa che rappresenta una testimonianza preziosa dell’arte popolare alpina. Le meridiane, in particolare, sono disseminate ovunque e trasformano il borgo in un museo a cielo aperto dell’arte dell’orologeria solare, alcune ancora perfettamente funzionanti dopo secoli.

Un elemento che ci ha colpito immediatamente visitando Carcoforo è stato il costume tradizionale Walser, che qui non è relegato ai musei ma viene ancora indossato con orgoglio durante le feste e le celebrazioni religiose. Il tratto distintivo è il “ligam“, un nastro multicolore di lana o seta finemente intrecciato che le donne annodano davanti al petto, creando un arcobaleno di colori che varia da famiglia a famiglia e che un tempo serviva anche a identificare l’appartenenza al clan. Vedere questo costume durante la processione della Madonna della Neve, che si celebra ogni anno il 5 agosto, dev’essere un’esperienza che commuove per la sua autenticità: non si tratta di folklore turistico, ma di una tradizione viva, sentita, che unisce generazioni e che mantiene saldo il legame con le radici.
Per comprendere davvero l’essenza di questo luogo vi consigliamo di visitare il Museo Naturalistico, ricavato all’interno di un’autentica casa Walser a Tetto Minocco. Qui non abbiamo trovato le fredde teche dei musei convenzionali, ma un ambiente caldo e accogliente dove la cultura locale, le tradizioni montane e la natura del Parco Naturale Alta Valsesia vengono raccontate attraverso oggetti d’uso quotidiano, attrezzi agricoli, fotografie d’epoca e ricostruzioni fedeli degli ambienti domestici di un tempo. È stato come entrare nella casa di una famiglia Walser di cent’anni fa e toccare con mano come si viveva, si lavorava, ci si riscaldava e si affrontavano i rigori dell’inverno alpino.

Il cuore spirituale del borgo è senza dubbio la Chiesa di Santa Croce, un edificio che nasconde al suo interno tesori d’arte barocca di notevole pregio. Varcando la soglia, il nostro sguardo è stato catturato dall’altare maggiore riccamente decorato, dalle pale dipinte che narrano episodi della vita dei santi, e soprattutto dall’antico organo che ancora oggi, durante le funzioni solenni, riempie la navata con le sue note profonde. Ma ciò che ci ha colpito di più di questa chiesa è stata l’atmosfera di raccoglimento e silenzio che abbiamo respirato tra le sue mura, amplificata dalla luce filtrata dalle vetrate e dal profumo di incenso e legno antico. Ogni angolo ci è sembrato custodire una storia, una preghiera, un ricordo delle generazioni che qui hanno cercato conforto e speranza.
Carcoforo è anche il punto di partenza ideale per chi come noi ama il trekking e desidera immergersi nella natura incontaminata del Parco Naturale Alta Valsesia. Le alte vette che circondano il borgo, tra cui il maestoso Pizzo Quarazzolo e il Montevecchio, offrono itinerari di ogni difficoltà, dalle passeggiate family-friendly ai percorsi alpinistici impegnativi. Particolarmente suggestivo è il sentiero che conduce al Bivacco Col d’Egua, un rifugio essenziale posizionato su un valico panoramico da cui, nelle giornate limpide, lo sguardo spazia su un mare di vette che sembra non avere fine. Durante il cammino, non è raro imbattersi in camosci, marmotte e aquile reali, abitanti discreti di questi luoghi rimasti selvaggi e puri.

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