Castello Reale di Sarre

Autore: Fabiano Conti

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11–16 minuti

Ciao a tutti, ecco cosa troverete in questo articolo:

Dove si trova il castello e come arrivarci

Il castello sorge in località Lalex, su un promontorio che domina la piana aostana sopra la strada statale per il Monte Bianco, poco oltre il bivio per Cogne. Da Aosta seguite la SS26 per Courmayeur e, oltrepassato Sarre Capoluogo e il bivio per Cogne, subito dopo un’ampia curva, svoltate a destra su una stradina in salita. In cima alla salita si trova un comodo parcheggio. Se arrivate dall’A5 Monte Bianco uscite ad Aosta Ovest e seguite in direzione Aosta. Alla rotonda svoltate a sinistra sulla SS26 e dopo poche centinaia di metri curvare a destra sulla strada in salita che porta di fronte al castello. Per visitare il castello, tra interni ed esterni, vi consiglio di ritagliarvi almeno un paio d’ore.

Ingresso del castello
Facciata principale

I Savoia scelsero questo punto per la loro dimora non solo per il panorama mozzafiato (anche se dobbiamo ammettere che la vista sulla valle centrale della Valle d’Aosta è davvero spettacolare!). La vera ragione era strategica: da questa posizione dominante si poteva controllare ogni movimento nella valle sottostante. Ma c’è un altro segreto affascinante: in epoca sabauda, questo terrazzamento panoramico diventò un vero e proprio “palcoscenico del potere”. Quando Vittorio Emanuele II riceveva ospiti illustri, li conduceva sui terrazzamenti esterni e dai giardini, e con un gesto teatrale mostrava loro l’intera valle ai loro piedi. Era un messaggio chiaro e inequivocabile: “Guardate quanto è vasto il mio regno!” Un modo raffinato ma efficacissimo per impressionare diplomatici, nobili e potenziali alleati.

Una vista sulla valle

La storia del castello

Il Castello Reale di Sarre affonda le sue radici nel Medioevo: la prima menzione storica risale al 1242, quando venne edificato come casa forte per controllare il territorio circostante. Dopo secoli di storia e diverse vicissitudini, l’edificio fu completamente ricostruito nel 1710 da Giovanni Francesco Ferrod di Arvier, assumendo l’aspetto di una dimora signorile.

La svolta nella storia del castello avvenne nel 1869, quando Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, lo acquistò trasformandolo nella sua residenza di caccia prediletta. Il sovrano era un appassionato cacciatore e il castello divenne il suo quartier generale strategico per le battute di caccia allo stambecco nel territorio del Gran Paradiso, nelle spettacolari valli di Cogne, Rhêmes e Valsavarenche.

Per accogliere degnamente il re e la sua corte, il castello subì una trasformazione radicale: la torre medievale venne sopraelevata per dominare ancora meglio il paesaggio, furono costruite nuove e spaziose scuderie per ospitare i cavalli reali, e gli interni vennero completamente ripensati. Un dettaglio affascinante: fu il conservatore del Reale Palazzo di Milano a occuparsi personalmente dell’arredamento, facendo trasportare mobili e suppellettili pregiate da altre residenze sabaude sparse per il Regno.

Il figlio Umberto I (1844-1900) ereditò non solo il trono, ma anche la passione paterna per la caccia e per questo castello. Durante gli ultimi anni del suo regno, il sovrano promosse un’ambiziosa campagna decorativa che trasformò gli ambienti monumentali in una vera e propria celebrazione dell’arte venatoria: le pareti vennero adornate con una straordinaria collezione di trofei di caccia, tra cui spiccano oltre 2.700 corna di stambecco e camoscio, creando uno spettacolo unico che ancora oggi lascia i visitatori senza fiato.

La storia del castello continuò anche nel Novecento: divenne la residenza estiva prediletta di Umberto II e della regina Maria José. In un tocco di malinconia storica, la coppia reale continuò a frequentare il castello anche dopo la fine della monarchia nel 1946, fino al definitivo esilio dalla patria.

Nel 1989, in un’operazione di recupero del patrimonio storico regionale, la Regione Valle d’Aosta acquistò l’intero complesso avviando un meticoloso restauro. Oggi il castello, che si distingue per la sua struttura longitudinale dominata da un’imponente torre quadrata centrale, è un museo aperto al pubblico: un luogo dove rivivere la storia dei Savoia e scoprire l’antica tradizione venatoria valdostana, tra saloni sontuosi e collezioni che raccontano un’epoca ormai lontana ma ancora affascinante.

Il giardino del castello

Prima di entrare nel castello vi consiglio proseguire a piedi oltre la porta di ingresso qualche decina di metri e svoltare l’angolo, scoprirete subito un tesoro nascosto: il giardino del castello. È diviso in quattro sezioni perfettamente simmetriche da due viali perpendicolari, come un antico giardino all’italiana, e offre soprattutto un affaccio privilegiato sulle montagne che toglie il fiato. E c’è un dettaglio affascinante: ai lati, due eleganti porticati intrecciati di viti creano un’oasi di frescura nelle calde giornate estive. Immaginate i Savoia passeggiare all’ombra di questi pergolati dopo una lunga battuta di caccia!

Giardini del castello

Il giardino è posto a un livello inferiore rispetto al castello e potete raggiungerlo attraverso una scenografica doppia scalinata che amplifica la maestosità dell’insieme. Ma il vero consiglio da insider? Camminate fino alla parte finale del giardino, poi giratevi: vi troverete davanti una vista che sembra uscita da una cartolina d’epoca! Da questa prospettiva vedrete l’intero castello con la sua imponente torre merlata che si staglia contro il cielo. E se guardate attentamente la facciata, noterete un dettaglio: una meridiana nascosta tra le finestre, testimone silenzioso del tempo che scorre da secoli in questo luogo magico.

Le gallerie al piano terreno

Il castello ha molte stanze, vi descriverò le principali, quelle più scenografiche, lasciandovi la sorpresa della scoperta delle altre secondarie, ma non per questo meno belle.

La visita al piano terreno rivela segreti affascinanti tra le gallerie. La prima galleria custodisce i ritratti degli antenati: immaginate i sovrani Savoia che, secoli fa, posavano per ore davanti ai pittori più rinomati dell’epoca, non solo per vanità, ma per lasciare un’impronta immortale della loro magnificenza. Una curiosità: Umberto II, l’ultimo re d’Italia, scelse proprio questo castello per conservare buona parte delle memorie dinastiche, arricchendo costantemente la collezione con nuovi dipinti. Oggi possiamo ammirare un viaggio visivo attraverso generazioni di Savoia, da Emanuele Filiberto fino a Vittorio Emanuele II: ogni volto racconta una storia, ogni sguardo nasconde intrighi e decisive scelte di potere.

Galleria dei Savoia

La seconda galleria, oggi elegante spazio espositivo, era in realtà la sala da pranzo di Vittorio Emanuele II! Secondo l’inventario del 1875, il re consumava i suoi pasti circondato da nove litografie di scene di caccia (la sua grande passione), un maestoso quadro del principe Umberto nel parco di Monza e due vedute di Napoli che probabilmente gli ricordavano il Regno appena unificato. Le pareti nude rimasero così fino al 1891, quando finalmente vennero rivestite con elegante carta da parati. Chissà quante battute di caccia il re avrà pianificato proprio seduto a quella tavola!

La galleria dei trofei al primo piano

Sapete cosa accadde quando Vittorio Emanuele II scelse il castello come sua residenza di caccia? Il territorio circostante venne completamente riorganizzato, trasformandosi in un vero e proprio regno venatorio! Le alte rotte delle valli di Champorcher, Cogne, Valsavarenche e Rhemes divennero il teatro delle imprese venatorie del sovrano. Ma ecco il dettaglio straordinario: per raggiungere i luoghi di caccia più impervi, vennero costruite oltre 300 chilometri di strade reali che si arrampicavano audacemente sul massiccio del Gran Paradiso! Immaginate l’impresa titanica: centinaia di chilometri di sentieri e mulattiere realizzati appositamente per permettere al re di inseguire la sua preda preferita.

Ma la storia prende una piega inaspettata e affascinante. I successori Umberto I e Vittorio Emanuele III ereditarono la stessa irrefrenabile passione per la caccia, continuando a frequentare il castello e adattandolo ai loro gusti. Poi avvenne qualcosa di rivoluzionario: nel 1919, Vittorio Emanuele III compì un gesto che avrebbe cambiato per sempre il destino di queste montagne. Donò all’Azienda del Demanio Forestale di Stato tutte le sue proprietà e i diritti esclusivi di caccia nei distretti di Aosta e Ceresole. Perché? Per creare il primo Parco Nazionale Italiano: il leggendario Parco del Gran Paradiso! Quella che era stata una riserva di caccia reale si trasformò in un santuario della biodiversità. Grazie a questa lungimirante decisione, lo stambecco alpino – che rischiava l’estinzione – poté ripopolare l’intera catena alpina, con esemplari catturati e inviati in tutte le Alpi italiane ed estere.

Ed ecco il paradosso affascinante della storia: proprio la riserva di caccia reale, nata per il diletto venatorio dei sovrani, salvò gli stambecchi dall’estinzione! La rigorosa lotta al bracconaggio, organizzata per preservare la “selvaggina reale”, permise agli animali di prosperare indisturbati. I numeri sono eloquenti: da poche centinaia di esemplari nel 1860, la popolazione di stambecchi esplose a circa 3.000 individui nel 1913. Chi l’avrebbe mai detto che una passione per la caccia si sarebbe trasformata in un’opera di conservazione naturalistica?

Ora preparatevi a un’esperienza visiva mozzafiato. La galleria dei trofei è un lungo corridoio che vi condurrà fino al maestoso salone dei trofei del castello. Qui le decorazioni superano ogni immaginazione: l’intero corridoio, ritmato da porte e finestre che si aprono verso l’interno e l’esterno, è un tripudio di affreschi floreali dove le corna degli animali cacciati sono state sapientemente integrate per completare elaborati motivi geometrici e cornici decorative. Non sono semplici trofei appesi al muro: sono parte integrante di un disegno artistico che trasforma la passione venatoria in arte pura!

Galleria dei trofei

Il salone dei trofei al piano primo

E’ il vero cuore pulsante del Castello Reale di Sarre. Questo straordinario ambiente venne commissionato da Umberto I alla fine dell’Ottocento, ma ecco il dettaglio sorprendente: l’incredibile disposizione delle corna di stambecco e camoscio che vediamo oggi, integrate magistralmente con i motivi floreali come fossero parte di un’unica opera d’arte, fu completata solo dopo la morte del re! Il sovrano non vide mai la realizzazione finale del suo ambizioso progetto decorativo.

Salone dei trofei

Ma cosa rimane dell’epoca originale? Le eleganti ventole alle pareti sono autentiche, così come le preziose sedie che raccontano una doppia metamorfosi: nel 1890 erano rivestite di lussuoso damasco in seta color cremisi, poi nel 1904 vennero rivestite con l’attuale seta che ancora oggi possiamo ammirare. Ogni sedia è un testimone silenzioso di oltre un secolo di storia!

Salone dei trofei (particolare della parete)

E ora preparatevi a una rivelazione che vi stupirà: questo maestoso salone, oggi così solenne e monumentale, nacque come sala da gioco per il divertimento dopo le battute di caccia! Sì, avete capito bene: dove oggi ammiriamo migliaia di trofei disposti con solennità artistica, i Savoia giocavano allegramente a biliardo, rilassandosi dopo le faticose giornate nei boschi. Solo con il passare dei decenni il salone assunse progressivamente quella connotazione monumentale e celebrativa che oggi lo caratterizza. Al centro della stanza si erge un imponente camino in pietra, sormontato da un affresco sui toni del verde che raffigura un albero monumentale, quasi a richiamare simbolicamente i boschi selvaggi del Gran Paradiso.

Salone dei trofei

L’appartamento di Umberto II e Maria Josè al piano secondo

Al secondo piano del castello, dove originariamente alloggiavano i precettori dei giovani principi e gli ospiti della corte, negli anni Trenta avvenne una trasformazione sorprendente. Umberto e Maria José decisero di rivoluzionare completamente questi spazi, trasformandoli nella loro elegante residenza estiva. Le opere d’arte che decorano queste stanze raccontano storie intime della famiglia Savoia, testimoniando la vita quotidiana dei reali che abitarono questi spazi dal Novecento fino al drammatico secondo dopoguerra, quando tutto stava per cambiare per sempre.

Salottino al piano secondo

Ma ecco una curiosità straordinaria che cattura subito l’attenzione tra le centinaia di dipinti colorati che riempiono il castello: un unico ritratto in bianco e nero! In mezzo a tutte le gallerie traboccanti di quadri vivaci dei Savoia, questo monocromatico ritratto spicca come un’anomalia affascinante. L’uomo ritratto è Umberto I, secondo Re d’Italia, noto come il “Re Buono” (ma anche per le controversie legate alla repressione dei moti del 1898). L’opera è firmata e datata da Francesco Paolo Michetti, uno dei più importanti artisti italiani del secondo Ottocento, noto per il suo legame con Gabriele D’Annunzio e per la sua capacità di mescolare realismo e simbolismo. Ma perché proprio questo ritratto è l’unico in bianco e nero tra tutti i dipinti a colori del castello? La risposta è affascinante! Verso la fine dell’Ottocento, Michetti fu uno dei primi grandi pittori a sperimentare con la fotografia. Spesso scattava delle foto ai suoi soggetti per poi riportarle su tela. Questo quadro risente fortemente dell’estetica delle prime fotografie dell’epoca (come i dagherrotipi o le stampe all’albumina), che giocavano sui forti contrasti tra luci e ombre piuttosto che sui colori vivaci. Mentre tutti gli altri Savoia posano in dipinti tradizionali ricchi di colori regali, Umberto I emerge dall’oscurità in un drammatico gioco di bianchi e neri, quasi come se fosse un’istantanea fotografica congelata nel tempo! Un’innovazione artistica rivoluzionaria che rende questo ritratto assolutamente unico nell’intera collezione del castello.

Ritratto di Umberto I (particolarità di essere in bianco e nero)

La galleria dei cimeli

E ora, preparatevi al gran finale della vostra visita! La galleria dei cimeli è l’ultima tappa del percorso, ma di certo non la meno affascinante. Dietro piccole vetrine si nascondono tesori che hanno attraversato la storia d’Italia, custoditi gelosamente nelle collezioni del castello. Ogni cimelio racconta un capitolo cruciale della storia italiana, dal tumultuoso Risorgimento fino agli anni bui della seconda guerra mondiale. Umberto II, l’ultimo re d’Italia, li conservava tra le sue memorie dinastiche più care – erano per lui frammenti tangibili di un’epoca che stava per tramontare per sempre. Tra le curiosità più straordinarie? Potrete ammirare il berretto da Camera di Vittorio Emanuele II – sì, proprio quello che il re indossava nella sua intimità! – e un prezioso coperchio decorativo che immortala lo storico incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, quel momento fatidico che segnò la nascita del Regno d’Italia. Immaginate: state guardando gli stessi oggetti che videro nascere una nazione!

E così, cari lettori, siamo giunti alla fine di questo straordinario viaggio tra le sale del Castello Reale di Sarre. Spero che queste righe vi abbiano trasmesso almeno una scintilla della magia che abbiamo provato noi passeggiando tra quei corridoi carichi di storia, ammirando quei trofei che sembrano voler raccontare mille storie diverse, perdendoci negli sguardi dei sovrani ritratti nei dipinti. La Valle d’Aosta è giustamente celebrata come la “Valle dei 100 castelli” – con i suoi innumerevoli castelli, torri e manieri disseminati in ogni angolo, è una delle regioni più fortificate d’Italia, un vero museo a cielo aperto dell’architettura medievale e rinascimentale. Ma Sarre si distingue da tutti gli altri per una caratteristica unica e inconfondibile: è l’unico castello reale sabaudo della valle, testimone privilegiato della vita intima dei sovrani d’Italia, rifugio estivo dove la monarchia deponeva gli abiti cerimoniali per dedicarsi alla passione della caccia e al riposo tra le montagne. Visitare Sarre non significa semplicemente ammirare un edificio storico, significa immergersi nell’anima di un’epoca, toccare con mano gli oggetti che appartennero ai re, camminare negli stessi corridoi dove echeggiarono le voci dei Savoia, respirare l’atmosfera di un mondo ormai scomparso ma miracolosamente preservato tra queste mura. È un’esperienza che vi lascerà il cuore pieno di emozioni e la mente ricca di ricordi indimenticabili. Quindi, se vi trovate in Valle d’Aosta, non lasciatevi sfuggire questa gemma! Vi prometto che non ve ne pentirete!

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