Autore: Fabiano Conti
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Ieri sera, al Teatro Coccia, siamo andati a vedere Romeo e Giulietta: un balletto in due atti e nove scene, ispirato alla tragedia di Shakespeare ma ricondotto alla versione originale di Masuccio Salernitano, una radice italiana che dà al racconto un sapore diverso, più storico e meno idealizzato. Avevamo presente la storia, ovviamente, e conoscevamo la fama della musica di Sergej Prokof’ev, ma quello che non ci aspettavamo è stata la sensazione di non assistere a un classico “intoccabile”, ma di entrare dentro un mondo che, per quanto lontano nel tempo, continua a parlare al nostro presente. Lo spettacolo nasce dal lavoro coreografico di Fredy Franzutti, creato nel 1998, e da subito si percepisce che la coreografia non è soltanto un contenitore elegante: è un modo per accelerare o frenare la narrazione a seconda di ciò che serve. La partitura di Prokof’ev, del 1936, fa il resto: non accompagna soltanto ma illumina le scene. È una musica che, anche quando sembra “bella”, non è mai decorativa: porta addosso una tensione che non si scioglie davvero, come se la tragedia fosse già scritta nelle note molto prima che accada sul palco. E poi c’è l’impatto visivo, che per noi è stato uno dei motivi della riuscita complessiva della serata. Le scene di Francesco Palma, ispirate alla pittura umanista italiana (da Giotto a Piero della Francesca fino a Cimabue), creano un ambiente sospeso, come se un ciclo di immagini antiche si fosse messo in moto. Anche i costumi, ricostruiti a partire dalle pitture del Quattrocento, non danno solo un’ambientazione “d’epoca” ma rafforzano l’idea di un mondo rigidamente codificato, un mondo in cui i ruoli sono definiti, i confini sono netti e l’errore e la libertà si pagano cari.

Quando si parla di Romeo e Giulietta si rischia sempre di ridurla a una storia d’amore. E invece, rivedendola così, ci è apparso più chiaro che l’amore è solo una parte. Il punto vero è la società che circonda i due protagonisti. Perché in questa storia non c’è solo il sentimento che nasce ma c’è un ambiente collettivo che lo ostacola e lo schiaccia. In una città segnata dalla faida, l’odio non è privato, non è un litigio tra singoli: è una normalità che si insinua nei gesti quotidiani, nelle feste e nei passaggi in piazza. E proprio lì, in mezzo a una città che sembra vivere di contrapposizione, accade l’imprevisto: Romeo e Giulietta si incontrano e, in modo quasi immediato, capiscono che quello che hanno trovato non è negoziabile. Non è un capriccio o un’attrazione passeggera ma è un riconoscimento reciproco che nasce in un luogo in cui non dovrebbe esistere. Ci siamo ritrovati a seguire la loro storia con una specie di doppia consapevolezza: da una parte la speranza, dall’altra l’impressione che il mondo intorno non lasci spazio. È come se, scena dopo scena, l’amore fosse costretto a muoversi dentro un corridoio sempre più stretto. Attorno ai due protagonisti si muovono figure che nel balletto diventano essenziali. Mercuzio, con la sua energia, porta una leggerezza che però non è superficiale: è quella leggerezza “umana” che serve per respirare prima che tutto si faccia più duro. Tebaldo, al contrario, rappresenta la rigidità della faida, l’orgoglio che non arretra, la necessità di affermare un confine anche quando quel confine non ha più alcun senso. E poi c’è la città stessa, che nel balletto non è uno sfondo: è una presenza costante, soprattutto nella grande “piazza” che ritorna come immagine e come destino.

Una delle cose che ci ha colpito di più è stata la sensazione di pienezza scenica. In scena ci saranno stati una ventina di danzatori ma sembravano centinaia. Non perché si riempia il palco di movimenti casuali, ma perché la coreografia costruisce continuamente livelli: piccoli gruppi che si incrociano, movimenti che si rispondono, diagonali che danno profondità, un senso di città in fermento. La “piazza del mercato” — con i popolani, le zuffe, le lotte fratricide — appare piena anche quando lo spazio è grande. È una piazza che non è mai neutra: è un luogo dove le tensioni sono pronte a riaccendersi. E a quel punto il contrasto con i momenti più intimi funziona ancora meglio. Quando Romeo e Giulietta si cercano e si avvicinano, quando sembrano costruire una piccola isola di senso, quella fragilità risulta amplificata dal rumore del mondo intorno. Ci è piaciuto anche il modo in cui lo spettacolo alterna registri: la festa, le danze, l’eleganza e poi l’improvviso scarto verso qualcosa di più atletico e moderno. È un linguaggio che resta ancorato al classico, ma che tende continuamente verso esperienze più contemporanee, senza perdere coerenza. Il risultato, per noi, è stato un racconto leggibile, ma mai “piatto”: un racconto che sa essere bello e, nello stesso tempo, inquieto.

Se dovessimo dire cosa ci è rimasto addosso, oltre alle immagini, diremmo la musica. Come dicevamo, Prokof’ev, in questo balletto, non è solo un accompagnamento “emotivo”. È una presenza che porta già dentro la fine, anche quando sembra aprire spazi di leggerezza. Ci sono passaggi in cui si ha quasi l’impressione che la musica “comandi” le scene e che la tragedia stia sempre un passo più avanti dei personaggi. Questo, per noi, è uno dei motivi per cui Romeo e Giulietta resta un classico universale: perché non racconta soltanto un amore ostacolato, racconta il modo in cui un contesto sociale può trasformare un sentimento in un bersaglio. E la musica di Prokof’ev, con quella intensità drammatica così riconoscibile, sembra ricordarlo continuamente.

Dal punto di vista personale, per noi è stata quindi una serata davvero positiva. Siamo usciti con la sensazione di aver visto un classico che non ha bisogno di essere spiegato: accade e basta. E, pur sapendo già come finisce, ci siamo ritrovati coinvolti fino all’ultimo. E poi la sensazione di essere usciti da una tragedia e, in qualche modo, di sentirsi più leggeri. Non perché la storia sia “meno triste”, ma perché il racconto è talmente ben costruito e talmente pieno di energia che lascia addosso una specie di chiarezza. La fine è dolceamara, certo, ma non è una fine che spegne: è una fine che mette in ordine le emozioni, come se lo spettacolo avesse fatto un lavoro di pulizia e di concentrazione. Ci è rimasta anche l’idea, forse la più attuale, che questa storia parla continuamente di malcostume politico e sociale e di meccanismi collettivi che si ripetono. Non nel senso di un “messaggio” esplicito, ma nel modo in cui la violenza appare come una consuetudine, come un’abitudine tramandata. E in mezzo, due ragazzi che provano a vivere un’altra possibilità, pagando il prezzo più alto.

Chiudiamo sulla compagnia. Il Balletto del Sud è una realtà di produzione stabile e riconosciuta, considerata una delle più solide nel panorama nazionale per un repertorio che tiene insieme classico narrativo ed elaborazioni moderne. La compagnia, diretta da Fredy Franzutti dal 1995, ha un organico stabile e un’attività intensa in tournée, in Italia e all’estero, con un repertorio ampio e un’identità riconoscibile. E questa identità, al Coccia, si è sentita. Si è sentita nella cura dell’impianto visivo, nell’energia corale, nella capacità di “riempire” il palco, nella chiarezza con cui il racconto arriva a chi guarda. Per noi è stato questo, alla fine, il segno più semplice e più forte di uno spettacolo riuscito: la sensazione che tutto — musica, corpi, scene, atmosfera — stesse andando nella stessa direzione. E che, per un’ora e cinquanta minuti, quella storia antica fosse di nuovo lì, davanti a noi, inevitabile e vera.


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