Autore: Fabiano Conti
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Ieri sera, al Teatro Coccia, abbiamo visto L’italiana in Algeri di Gioachino Rossini, un’opera che a Novara mancava dal 2013 e che è tornata in cartellone con una nuova produzione. È stata una serata davvero piacevole. Lo spettacolo scorre veloce, fa ridere e ha quel ritmo “a orologeria” tipico di Rossini: musica e scena si incastrano alla perfezione, e ti ritrovi a seguire tutto con leggerezza, senza mai perdere il filo.
Per chi non conosce bene l’opera, L’italiana in Algeri è una commedia piena di equivoci, colpi di scena e personaggi “più grandi” della vita. È una storia costruita apposta per far partire il meccanismo comico: situazioni che si accumulano, persone che si fraintendono, una confusione che cresce di minuto in minuto, fino a quei finali d’insieme in cui sembra che tutti parlino (e cantino) insieme, e proprio lì sta una delle magie di Rossini.


Senza entrare troppo nei dettagli, la trama è facile da seguire: c’è un “mondo” esotico immaginato con colori e cliché teatrali, c’è un potente locale pieno di capricci, e c’è soprattutto un’italiana che arriva e rimette tutto in ordine a modo suo. L’opera gioca su scambi di persona, gelosie, promesse e improvvise inversioni di ruoli. È una di quelle storie in cui pensi che la situazione non possa complicarsi ulteriormente… e invece si complica, sempre con leggerezza.
Una cosa che ci ha fatto piacere è che si ride davvero, ma senza mai scadere nel facile. Il comico nasce dai tempi: da una pausa fatta bene, da un gesto, da un coro che entra nel momento giusto, da un crescendo musicale che ti prepara al “punto” finale. Rossini, quando funziona, sembra quasi un regista anche dalla buca: ti guida e ti sorprende.

La direzione è stata di Alessandro Cadario e la regia di Marco Gandini. Le scene erano di Italo Grassi, i costumi di Anna Biagiotti e le luci di Ivan Pastrovicchio. In buca c’erano l’Orchestra Filarmonica Italiana e Mirco Godio al fortepiano; il coro era la Schola Cantorum San Gregorio Magno, guidata da Elvis Zini.
Sono dettagli che nel programma si leggono in pochi secondi, ma a teatro si sentono eccome: quando orchestra, palco e regia vanno nella stessa direzione, la serata diventa fluida. E qui la sensazione è stata proprio quella: uno spettacolo curato, compatto, con tempi ben tenuti e un’energia costante.

Anche l’impianto visivo, per noi, ha aiutato molto. Scene, costumi e luci costruiscono un’atmosfera chiara, riconoscibile, “da commedia” ma non banale: ti fanno capire subito dove sei e che tipo di gioco stai per vedere. È quel tipo di allestimento che sostiene la musica invece di mettersi in competizione con essa.
Nel cast: Giorgio Caoduro (Mustafà), Paola Leoci (Elvira), Danbi Lee (Zulma), Lorenzo Liberali (Haly), Chuan Wang (Lindoro), Mara Gaudenzi (Isabella) e Emmanuel Franco (Taddeo). In un’opera come questa contano molto precisione, tempi comici e chiarezza: elementi che abbiamo sentito bene per tutta la serata.

In particolare, in L’italiana in Algeri tutto vive sull’equilibrio: basta poco per perdere il passo, perché i pezzi d’assieme e i “giri” comici devono restare sempre nitidi. Ma ieri sera ogni voce è entrata al momento giusto e la comicità diventa naturale.
E poi c’è la cosa che più ci piace di Rossini: anche quando il tono è leggero, tutto è scritto con grande intelligenza. La comicità non è “buttata lì”, ma nasce da come sono costruite le scene e da come la musica spinge avanti la storia. Ci sono momenti in cui sembra che l’opera acceleri da sola, come una ruota che prende velocità: entrano nuovi personaggi, cambiano gli equilibri, qualcuno tenta di controllare la situazione e finisce per complicarla ancora di più. È quel tipo di divertimento che non stanca, perché ha sempre un passo in più.
Ed è stato bello anche condividere quei brevi istanti di risate in sala, cosa che normalmente non succede (o succede molto meno) durante un’opera.

L’italiana in Algeri è un titolo della maturità di Rossini (1813) e che ha contribuito a rinnovare l’opera buffa. E si capisce: non è una commedia “semplice” nel senso banale del termine, ma è semplice da seguire perché è costruita benissimo. Anche chi non è un appassionato di opera può entrare subito nel gioco.
Al centro c’è Isabella, e per noi è il personaggio che dà senso a tutto. È una donna intelligente e libera, che non subisce la situazione ma la governa. In mezzo a tanta confusione, è lei ad avere la testa più lucida: decide, ribalta i ruoli, porta avanti il suo obiettivo e, soprattutto, non si lascia mettere in un angolo. È anche questo che rende l’opera ancora attuale: Isabella non è solo “la protagonista”, è il motore della storia.
E poi c’è un dettaglio simpatico: per questa produzione era stato suggerito anche un dress code “marino”, con colori che richiamano spiagge e mare, dall’azzurro al beige. Non è indispensabile, ovviamente, ma dà l’idea di come il teatro stia cercando di creare un piccolo rito condiviso, un modo per far sentire il pubblico parte della serata.
Siamo usciti dal Coccia con una sensazione molto semplice: L’italiana in Algeri è un ingranaggio perfetto quando è eseguita bene. Divertente, brillante, e mai “vecchia”. È uno di quei titoli che non hanno bisogno di essere “spiegati” troppo: basta sedersi, ascoltare e lasciarsi portare dal ritmo. E quando funziona, come ieri sera, ti resta addosso la voglia di tornarci.
In fondo è questo che cerchiamo quando andiamo all’opera: non solo “una bella esecuzione”, ma una sera in cui teatro e musica ti prendono per mano e ti portano altrove. E ieri sera, almeno per noi, è andata così.

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