Le Marche – parte 2. L’eleganza delle colline marchigiane (Montecassiano e Macerata)

Autore: Fabiano Conti

Tempo di lettura:

8–12 minuti

Ciao a tutti, ecco cosa troverete in questo articolo:

Le colline marchigiane

Tra la costa e l’entroterra verso Montecassiano e poi Macerata, a fine maggio il paesaggio cambia faccia rispetto ai mesi più secchi: la campagna è ancora verde, con i campi coltivati ben leggibili e i bordi delle strade segnati da erbe alte e fioriture. È anche il periodo in cui il contrasto tra coltivi e macchia è più netto: da una parte superfici regolari di grano, erba medica e girasoli, dall’altra piccoli boschi e filari che seguono le curve di livello.

La scelta del percorso conta parecchio: invece di puntare dritti verso la destinazione, qui conviene cucirsi addosso un itinerario fatto di strade secondarie e deviazioni brevi, quelle che passano dentro la campagna. È un tragitto che alterna tratti in quota e discese verso piccoli fondovalle: sali, ti apri una vista larga sulle colline; scendi, ritrovi ombra, vegetazione più fitta e un’aria più fresca. E se hai tempo, è anche il tipo di percorso in cui puoi permetterti di fermarti cinque minuti senza “perdere” nulla, perché il bello è proprio la successione dei paesaggi.

Viaggiamo con i finestrini abbassati per sentire i profumi: a fine maggio arrivano a ondate, e cambiano a seconda del tratto. Nei punti più aperti si sente l’erba scaldata dal sole e il grano; vicino ai filari e alle siepi arrivano note più dolci di fiori e vegetazione; nei tratti più bassi e ombrosi torna l’odore della terra umida. È un dettaglio semplice, ma ti fa “entrare” nel viaggio: non stai solo guardando le colline, le stai attraversando con tutti i sensi.

Il consiglio è di spezzare la tratta in micro-tappe: un punto panoramico dopo una salita, un tratto di strada bianca o campestre, e poi di nuovo su verso un crinale. In questa zona funziona benissimo perché le distanze sono brevi e il paesaggio cambia in fretta: nel giro di pochi chilometri puoi passare da campi ordinati a macchie di bosco, da versanti assolati a tratti freschi e ombreggiati, senza mai perdere quella sensazione di “collina continua”.

Montecassiano, una sosta breve e un ricordo lungo

Montecassiano è un borgo collinare in provincia di Macerata, inserito tra i Borghi più belli d’Italia. È una tappa perfetta se ti piacciono i centri storici compatti, da girare a piedi in un paio d’ore, con scorci panoramici che spaziano sulle campagne marchigiane.

Il centro storico è raccolto e ben conservato, con una struttura che gira attorno alla piazza principale. L’ideale è parcheggiare proprio a ridosso delle mura e muoversi a piedi tra vicoli, saliscendi e piccole piazzette. Noi abbiamo lasciato l’auto lungo la via Septempedana e siamo entrati nel borgo dalla porta Santa Croce.

Arrivati in Piazza Unità d’Italia ci siamo concessi la prima sosta: un caffè al banco, due sedie tirate fuori all’ombra e il tempo che, come spesso succede nei borghi, sembra mettersi d’accordo con te e rallentare. In piazza c’era quel via vai tranquillo di chi si conosce, saluti brevi e chiacchiere lunghe.

È lì che abbiamo attaccato bottone con alcuni anziani del paese. Più che una “visita guidata”, è stata una conversazione da bar: ci hanno spiegato che Montecassiano ha una struttura particolare, con le vie che girano attorno al cuore del borgo in modo concentrico, e che per orientarsi basta prendere come riferimento la piazza e poi “lasciarsi portare” dai vicoli. Ci hanno anche raccontato che, quando fai il giro con calma, ti accorgi di quante piccole aperture ci siano tra le case: cortili, passaggi e scorci che si aprono all’improvviso.

Uno di loro ci ha consigliato due cose molto semplici ma azzeccate: entrare in chiesa per vedere la grande pala in terracotta invetriata e, prima di ripartire, fare un salto verso un punto panoramico vicino alle mura per guardare la campagna tutt’intorno. “Qui non serve correre”, ci ha detto, “Montecassiano è da fare a passi piccoli”.

Abbiamo seguito il consiglio alla lettera e ci siamo addentrati nelle stradine del borgo, senza una direzione troppo precisa: vicoli che salgono e scendono, piccole curve, archi, portoni, e quel laterizio che nelle Marche sembra sempre avere una sfumatura diversa a seconda della luce. Ogni tanto ci fermavamo perché un dettaglio ci chiamava: una piazzetta nascosta, un’insegna di ferro battuto, un vaso di fiori su un davanzale.

Camminando così, “a passi piccoli” come ci avevano detto, la cosa che colpisce è proprio il ritmo: Montecassiano non è da attraversare in linea retta, è da seguire come un percorso circolare, lasciandoti portare dalle vie che girano attorno al cuore del paese. E mentre giri, ti ritrovi spesso a intravedere la campagna tra le case, come se il paesaggio non fosse mai davvero fuori, ma sempre lì a pochi metri.

Vi segnalo alcuni dettagli da non perdersi:

  • I “tre cortili” del centro storico: oltre al Chiostro degli Agostiniani, cerca anche il Cortile delle Clarisse e il Giardino di San Giacomo. Sono piccoli spazi che spezzano i vicoli e rendono la passeggiata più varia, soprattutto nelle ore calde.
  • La pala in terracotta invetriata di Fra’ Mattia della Robbia nella Chiesa di Santa Maria Assunta: è uno dei “pezzi forti” da cercare se entri in chiesa, una grande terracotta policroma composta da molte parti assemblate.
  • L’Oratorio di San Nicolò: fuori dal giro più “centrale”, ma raggiungibile con una breve deviazione. E’ noto per la campana fusa nel 1382, indicata come tra le più antiche delle Marche.

Risaliti in auto, ci dirigiamo verso Macerata. E mentre il borgo resta alle nostre spalle, ci prende quella piccola commozione che arriva quando ti accorgi che un posto ti ha fatto bene: un saluto quasi sottovoce e la sensazione di portarti via Montecassiano come si portano via le cose migliori — non in una foto, ma in qualcosa che resta dentro.

Macerata, l’incontro più bello è in piazza

Siamo arrivati a Macerata nel pomeriggio, in quell’ora in cui la città cambia passo: il sole non è più alto, ma comincia a scendere e a disegnare i contorni, scaldando i mattoni e allungando le ombre lungo le vie del centro. Dopo una mattinata tra colline e strade secondarie, con i finestrini abbassati e il ritmo lento di Montecassiano ancora addosso, l’ingresso in città lo senti subito — non come uno stacco brusco, ma come un aumento graduale di energia.

C’è più movimento, più rumore di passi, più voci. Eppure Macerata non ti travolge. Resta una città raccolta, a misura d’uomo, dove in pochi minuti passi da una strada più trafficata a un vicolo tranquillo, e dove ti basta alzare lo sguardo per capire che sei comunque su un colle, con il paesaggio che resta lì intorno, sempre vicino.

Abbiamo lasciato l’auto in uno di quei parcheggi sotterranei che sembrano inghiottirti per un attimo e, poi, come per magia, con un ascensore “dentro la montagna” siamo riemersi all’improvviso nel centro storico. È stato un passaggio che ci ha emozionato più del previsto: in pochi secondi dal silenzio del cemento alla luce, alle voci, alla pietra viva della città. E così il nostro primo obiettivo — quasi un rito quando arrivi in un posto nuovo — è diventato naturale: raggiungere Piazza della Libertà, respirare l’atmosfera e usarla come bussola per iniziare davvero a sentirci a Macerata.

In piazza l’atmosfera è viva: ci sono bar, gente seduta a chiacchierare, e soprattutto la Torre Civica che domina lo spazio con l’orologio astronomico, uno di quei dettagli che ti fanno alzare lo sguardo anche se stai solo passando. Poco più in là si notano anche la Loggia dei Mercanti e gli edifici storici che raccontano la Macerata “città di cultura”.

Da lì ci siamo concessi un giro senza fretta tra le vie vicine: negozi, portoni, scorci improvvisi. E’ il tipo di città in cui puoi scegliere se fare una visita più culturale o se limitarti a vivere le strade e lasciarti guidare.

Se hai tempo per una tappa più completa, una sosta che vale davvero è Palazzo Buonaccorsi, che ospita i musei civici: è un modo perfetto per dare sostanza al pomeriggio, soprattutto se ti piace alternare passeggiata e luoghi d’arte.

Poi, ci siamo spostati verso uno dei luoghi simbolo: lo Sferisterio. Anche se non entri per uno spettacolo, vederlo dal vivo cambia la percezione della città: è un’architettura particolare e riconoscibile, che dà l’idea di quanto qui la cultura non sia solo un “contorno”, ma una parte dell’identità.

Su Macerata si trovano facilmente mille elenchi “cosa vedere in un giorno”. Qui invece voglio lasciarti qualche chicca che spesso passa sotto radar, perfetta se vuoi sentirti dentro la città, non solo “in visita”:

  • Il carosello dei Re Magi sulla Torre Civica: se sei in zona agli orari giusti, vale la pena aspettare perché il meccanismo si anima alle 12 e alle 18.
  • Galleria degli Antichi Forni: un percorso sotterraneo sotto l’area del Teatro Lauro Rossi, sorprendente perché ti fa scendere letteralmente “sotto” la città.
  • Via degli Orti: una passeggiata scenografica lungo le mura, con ponticelli e piccoli orti sospesi; è uno di quei tratti che raccontano la città in modo intimo, da cercare apposta.
  • Biblioteca Mozzi Borgetti (Sale Antiche): se riesci a prenotare una visita guidata gratuita, è una tappa davvero particolare (sale storiche e atmosfera da “città di studi” più che da cartolina).
  • La “Specola dei mondi d’Oriente”: una curiosità poco nota legata alla biblioteca, che aggiunge un lato inaspettato alla Macerata più classica.

Per chiudere la giornata, quando il pomeriggio comincia a scivolare verso sera e la luce si fa più morbida, ci siamo regalati un aperitivo come piace a noi: niente corse, niente programmi rigidi, solo un tavolino all’aperto, due stuzzichini e il tempo di restare lì a guardare la piazza mentre la città si prepara alla sera.

E, come succede spesso quando viaggiamo, è bastato poco per trasformare un semplice bicchiere in qualcosa di più: una battuta scambiata con i ragazzi ai tavoli accanto, un consiglio chiesto “al volo”, una domanda su cosa fanno i maceratesi quando hanno un’ora libera. Da lì è partita la chiacchiera con la gente del posto, naturale e senza forzature, di quelle che ti fanno sentire accolto.

È proprio questo scambio, così semplice e così umano — ascoltare storie, sentire accenti, raccogliere piccoli suggerimenti che non trovi nelle guide — una delle cose che amiamo di più dei nostri viaggi. Perché, a pensarci bene, è lì che succede davvero qualcosa: quando smetti di essere solo “chi passa” e diventi, anche solo per poco tempo, una presenza.

Ci commuove sempre un po’ questa facilità con cui, in certi posti, le persone ti fanno spazio: una frase detta con naturalezza, un sorriso, un ricordo raccontato come se non avesse importanza e invece cambia completamente il modo in cui guardi una strada, una piazza, una città. Sono dettagli minuscoli — un nome pronunciato con affetto, un “vai a vedere anche…” detto senza enfasi — ma sono proprio quelli che restano.

E così, seduti lì a fare aperitivo, ci siamo accorti che Macerata stava smettendo di essere “una tappa” del nostro itinerario: stava diventando un incontro vero. Un posto che non hai soltanto visitato, ma che ti ha parlato attraverso la voce di chi lo vive ogni giorno. Ed è per questo che, quando ci rimettiamo in macchina e ripartiamo da Macerata verso la costa di Potenza Picena, ci portiamo dietro qualcosa in più: non un elenco di cose fatte, ma un pezzo di umanità, leggero e prezioso, che accompagna la strada fino al mare.

Vi aspetto al prossimo articolo, la terza e ultima parte di questo viaggio in questa zona delle Marche, quella verso Potenza Picena, la costa e Ancona. E ricordate: Viaggiare è rallentare!

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