Le Marche – parte 3. Quando le Marche diventano mare (Potenza Picena, la costa e Ancona)

Autore: Fabiano Conti

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21–31 minuti

Ciao a tutti, ecco cosa troverete in questo articolo:

Questo terzo articolo, ripartendo da Potenza Picena, è dedicato all’inquadramento della parte più “marittima” del percorso, passando dall’atmosfera raccolta dei centri storici alla linearità del litorale, fino ad Ancona, che completa il quadro mostrando un volto delle Marche più dinamico e mediterraneo. Qui il viaggio si apre: meno spirito da borgo, più orizzonte. E proprio per questo è la conclusione ideale della serie, perché mette insieme tutti i contrasti che rendono questa zona così interessante: collina e mare, quiete e movimento, poesia e vita quotidiana.

Potenza Picena, il borgo-balcone tra colline e Adriatico

Potenza Picena è uno di quei paesi che ti conquistano con calma, a piccoli dettagli. Arrivando dalla campagna, il borgo si alza su un colle come un balcone naturale tra l’entroterra e l’Adriatico e l’aria che profuma già un po’ di mare. Da vedere soprattutto il cuore alto del paese, dove le strade si stringono e la pietra racconta i secoli: qui vale la pena perdersi senza fretta, seguendo salite e discese, archi, vicoli e piccoli slarghi.

Noi siamo arrivati in tarda mattinata. Abbiamo lasciato l’auto all’inizio dell’abitato, in uno di quei punti dove capisci subito che, da lì in poi, Potenza Picena va conquistata a passo d’uomo: niente scorciatoie, solo la salita lenta che ti porta gradualmente dentro il suo cuore. E così, con lo zaino leggero e la curiosità addosso, ci siamo incamminati lungo le vie che salgono, tra case addossate e angoli improvvisi, finché la strada — quasi senza che te ne accorga — ti accompagna verso la piazza centrale.

L’obiettivo era semplice: prenderci un caffè e fare una breve sosta, giusto il tempo di “prendere la misura” del paese. Arrivati al bar sulla piazza, ci siamo appoggiati al bancone, con quel gesto naturale che nei bar di provincia è un rito quotidiano: scambio di sguardi, un saluto, due parole buttate lì. E, come spesso succede nei piccoli paesi, bastano pochi minuti perché il caffè diventi una piccola storia: attacchiamo bottone con alcune persone del posto, quelle che hanno sempre una battuta pronta e la voglia di raccontare, e capiamo subito che non era una giornata qualunque.

“Oggi c’è la Festa Argentina”, ci dicono, con quel tono tra l’orgoglioso e il divertito di chi sa di avere in casa un evento speciale. E in effetti la Festa Argentina a Potenza Picena non è solo una festa folkloristica: è il modo in cui il paese ricorda e celebra un legame profondo, nato dall’emigrazione e diventato parte dell’identità locale. Potenza Picena, ci raccontano, ha avuto una grande comunità di emigrati che nel tempo si è stabilita in Sudamerica — soprattutto in Argentina — e questa ricorrenza serve proprio a tenere vivo quel filo: una memoria collettiva fatta di partenze e ritorni, di famiglie divise dall’oceano e poi ritrovate, di tradizioni che si mescolano senza perdere il sapore di casa.

Così, caffè finito e curiosità accesa, non abbiamo avuto bisogno di aggiungere altro: ci siamo guardati e abbiamo capito che bisognava seguire quel richiamo. Siamo usciti dal bar e ci siamo diretti subito verso la piazza, dove ci avevano detto che batteva il cuore della festa.

E lì, finalmente, l’atmosfera si faceva più chiara: Potenza Picena, per un momento, sembrava giocare su due sponde dell’oceano. Da una parte i gesti familiari di un borgo marchigiano — saluti, strette di mano, bambini che corrono, anziani seduti a commentare — dall’altra i segni di un altrove che non è esotico ma “di famiglia”: accenti diversi, musica che arriva da un angolo, profumi che promettono carne alla brace e spezie, colori e bandiere che spuntano qua e là.

E al centro di tutto — quasi come un “ponte” di pietra tra Marche e Argentina — spicca il monumento simbolo di questo legame: la piccola Piramide de Mayo, replica europea del celebre monumento di Buenos Aires, donata alla città dagli emigrati potentini (la Sociedad Potentina de Mutuo Socorro di La Plata) e inaugurata nel 1967.

Ci siamo fermati a guardare, come si fa quando non vuoi “consumare” un evento ma assorbirlo. E intanto tornavano in mente le parole ascoltate poco prima: questa festa non è solo folklore, è una memoria viva. È il modo in cui il paese ricorda chi è partito e ha ricostruito una vita in Argentina, e al tempo stesso il modo in cui chi è rimasto continua a sentirsi parte di quella storia. Un legame che, anno dopo anno, si rinnova con la leggerezza delle cose belle: una musica, un ballo, un piatto condiviso, una risata scambiata in piazza.

E noi, lì in mezzo, ci siamo sentiti doppiamente viaggiatori: in viaggio nelle Marche, certo, ma anche in viaggio dentro le storie delle persone. Perché basta una festa, in un borgo come questo, per ricordarti che i luoghi non sono solo pietre e panorami: sono traiettorie umane, partenze, ritorni, fili che attraversano il mare e poi si annodano di nuovo, proprio qui, in una piazza.

Finita la parentesi della festa, non siamo ripartiti subito: sarebbe stato un peccato lasciare Potenza Picena con addosso solo il ricordo della piazza “in versione speciale”. Così abbiamo ripreso a camminare e ci siamo concessi la parte che, in fondo, preferiamo sempre nei borghi: quella senza programma, senza fretta, fatta di svolte e piccoli ritorni sui propri passi, come se il paese avesse bisogno di un tempo lento per raccontarsi. Ci siamo infilati nelle stradine laterali, dove l’eco della festa arrivava più distante e il silenzio tornava a prendersi spazio. A ogni angolo c’era un invito a fermarsi: una scalinata di mattoni che sembrava salire verso un belvedere, un arco che incorniciava un pezzetto di cielo, una porta antica con le piante sul davanzale, una piazzetta minuta che compariva all’improvviso e ti dava l’impressione di essere “di casa” anche se eri appena arrivato.

È lì che Potenza Picena si rivela davvero: non in un singolo punto “da cartolina”, ma nel suo intreccio di vicoli, nella trama minuta delle piazzette, nella calma delle cose quotidiane. E mentre camminavamo, ci accorgevamo che anche la festa, vista da lontano, diventava più bella: come un sottofondo che ti accompagna, senza invadere, e che rende ancora più vivo quel senso di comunità che nei paesi marchigiani si sente forte e concreto.

E proprio girando così, quasi per caso, a un certo punto ci siamo ritrovati su un viale ombreggiato che sembrava tirare naturalmente verso un punto d’apertura: ed eccolo, “Il Pincio”, come lo chiamano qui — il Belvedere dei Donatori di Sangue — un luogo che più che un semplice affaccio è una pausa e un respiro. È un belvedere “alla maniera delle città”, quasi un salotto all’aperto, e capisci subito perché i potentini lo citano con una certa familiarità: perché è il posto dove si viene a guardare lontano.

Sotto i tigli (che, ci raccontano, sono parte di un giardino storico) l’aria era più fresca. Al centro, l’imponente cedro sembra fare da guardiano silenzioso: attorno, panchine e camminamenti invitano a fermarsi, a non avere fretta. E quando ti avvicini al parapetto, la vista fa il resto: un panorama pieno, largo, che mette insieme colline e mare in un solo sguardo. L’Adriatico appare come una distesa blu e calma, e in lontananza la sagoma del Conero; più indietro, come un’eco, si intuiscono perfino i profili dei Sibillini.

Ci siamo appoggiati lì, in silenzio per qualche secondo, come si fa quando un paesaggio ti rimette a posto i pensieri. E in quel momento ci è sembrato chiaro anche il senso di Potenza Picena: un borgo “di collina” che però guarda già al mare, e che ti accompagna con naturalezza da un’atmosfera raccolta a un orizzonte aperto.

Dal Pincio abbiamo ripreso a camminare e in pochi minuti siamo tornati verso la piazza della festa: le voci e la musica si sentivano di nuovo più vicine, come se il borgo ti avesse fatto fare un piccolo giro “di bellezza” prima di riportarti al suo cuore. E rientrare così, dopo quel balcone sul panorama, ha reso tutto ancora più vivido: la festa, la gente, i colori — come se il paese, per farti capire davvero, avesse prima voluto mostrarti la sua vista migliore.

E poi arriva quel momento in cui capisci che è ora di ripartire: ti giri un’ultima volta, ti porti dietro il rumore delle voci, la chiacchierata con la gente del posto, il profumo del caffè, un frammento di musica e un pezzo d’orizzonte. Potenza Picena, magari, è una sosta breve — ma ha quel dono raro di lasciarti qualcosa addosso: una quiete nuova.

Verso l’Adriatico: la linea del mare e l’abbraccio del Conero

Quando scendi da Potenza Picena verso il mare, il paesaggio cambia di nuovo: la collina si distende, le curve si addolciscono e all’improvviso compare quella striscia chiara dell’Adriatico che fa da bussola. Qui la costa non è solo “spiaggia”: è un susseguirsi di piccoli approdi, pinete e stabilimenti, tratti di litorale più selvaggi.

Il primo vero riferimento è Porto Potenza Picena, che ha l’aria delle località nate attorno al mare: lineare, comoda, con la passeggiata che invita a camminare piano e a guardare le barche. È il posto giusto per una sosta semplice: un bagno, un gelato, due chiacchiere guardando l’acqua.

E poi c’è il lungomare di Porto Potenza Picena, che per noi è stato — sera dopo sera — l’appuntamento preferito. Quando il sole comincia a scendere e la luce si fa più morbida, la passeggiata a mare diventa una specie di rito: due passi lenti, un aperitivo, e quella brezzolina serale che arriva all’improvviso e ti rinfresca la pelle, mescolando l’odore salmastro al profumo delle cucine sul lungomare. È in quei momenti che senti davvero la vacanza: niente da rincorrere, solo il piacere di stare lì e guardare l’acqua cambiare colore.

Tra i tanti locali affacciati sul mare, però, ce n’è uno che ci è rimasto nel cuore e che consigliamo senza esitazioni: “Giribeach” sul Lungomare Marinai d’Italia — stabilimento balneare e ristorante con specialità di pesce e cucina tipica marinara. Sedersi a tavola con il mare davanti, mentre l’aria si fa più fresca e le luci della sera si accendono una a una lungo la costa, ha qualcosa di semplice e perfetto. E poi ci sono i piatti, che qui non sono solo “buoni”: hanno quel sapore pieno che ti fa capire che sei nel posto giusto. Il fritto ci ha conquistati: leggero, asciutto, croccante al punto giusto, delicato ma intenso, di quelli che non appesantiscono e ti fanno venire voglia di allungare la mano per un altro boccone. Prima ancora, le olive ripiene di pesce — sorprendenti e riuscitissime — hanno aperto l’appetito come un piccolo abbraccio del mare, uno di quei dettagli che restano impressi. A rendere tutto ancora più speciale è stata la cordialità genuina della titolare, la signora Laura: un’accoglienza calda e spontanea. Con lei non ti senti un cliente di passaggio, ma un ospite. E alla fine, mentre la brezza continua a soffiare e il mare resta lì, davanti a te, capisci perché certe cene te le porti dietro a lungo: non per un singolo piatto, ma per l’insieme — sapori, panorama e quella sensazione di felicità tranquilla. Se passate da queste parti, regalatevi una sera qui: perché ci sono posti che ti nutrono e ti fanno respirare meglio, e Giribeach è uno di quelli — da provare e da ricordare.

Proseguendo verso nord, la costa diventa una sequenza di scorci: tratti di litorale dove puoi fermarti anche solo mezz’ora, un punto panoramico improvviso, una lingua di sabbia che sembra sempre uguale e invece cambia luce a ogni ora. Il bello, in questa parte di Marche, è la continuità: non hai bisogno di cercare l’eccezione. Ti basta seguire la linea del mare e lasciarti accompagnare.

E poi, più avanti, arriva lui: il Conero, che cambia di nuovo la scena. Dopo la linearità della sabbia, la costa si fa più drammatica e compatta: il monte scende quasi di colpo verso il mare, le falesie si alzano, le insenature diventano più intime. È la Riviera del Conero con i suoi nomi che sanno di estate (Sirolo, Numana), i sentieri tra i lecci e i panorami dall’alto che sembrano fatti apposta per ricordarti che qui l’Adriatico può essere anche roccia, profondità, stupore.

E poi, chilometro dopo chilometro, si sente che stai andando verso qualcosa di più grande: il litorale comincia a farsi più urbano, l’orizzonte si riempie di segni, e Ancona smette di essere un nome sulla mappa per diventare una presenza.

Ancona, la città che sale e poi si apre sul mare

Ancona è una città che non si lascia prendere al primo sguardo: va avvicinata come si fa con i porti, con pazienza e curiosità. Arrivi e senti subito che qui il mare non è cornice ma sostanza: è lavoro, vento, rotte, partenze. È una città adriatica nel senso più pieno, e proprio per questo è diversa da molte altre tappe della costa marchigiana: più verticale e più complessa.

Siamo arrivati ad Ancona nel pomeriggio, con quella luce che addolcisce i contorni, per ritrovare alcuni amici: di quelli che non ti fanno solo compagnia, ma ti aprono una città come si apre una porta di casa. Con loro ci siamo lasciati guidare tra vicoli, salite e scorci improvvisi del centro storico. Il tempo non era molto, è vero, ma proprio perché eravamo “nelle mani giuste” ogni passo aveva un senso. Così, senza fretta e senza dispersioni, siamo riusciti a raccogliere l’essenziale: non una lista di cose viste, ma l’impressione piena di Ancona, la sua voce, il suo ritmo, la sua anima.

Il nostro punto di ritrovo — e quindi l’inizio della visita — è stato in Piazza della Cattedrale di San Ciriaco. Arrivati in anticipo, siamo scesi dall’auto e, quasi senza bisogno di dirci nulla, ci siamo fermati di colpo davanti al panorama. Da lassù il porto si apriva sotto di noi come un teatro naturale, con le banchine, le navi e la città che scendeva verso l’acqua; il vento portava l’odore del mare e, per un attimo, abbiamo avuto la sensazione netta di essere arrivati davvero, nel cuore di Ancona.

In attesa dell’arrivo dei nostri amici, siamo entrati nella Cattedrale di San Ciriaco. Io già mi ero innamorato a prima vista della facciata (essendo l’architettura romanica la mia preferita). Ma la sorpresa è proseguita dentro, tra navata e cripte. Appena varchi la soglia ti accorgi che questo non è un interno “da cartolina”, ma un luogo vivo, stratificato, dove il romanico si mescola a suggestioni bizantine: la pianta a croce greca ti obbliga a guardare in più direzioni, come se la chiesa fosse fatta per accompagnarti, passo dopo passo, verso il suo cuore. Lo sguardo viene naturalmente attirato verso la crociera, dove si alza la cupola: slanciata, divisa in dodici spicchi dai costoloni, e raccordata al quadrato sottostante dai pennacchi. È lì che trovi uno dei dettagli più affascinanti: gli angeli oranti, con le mani alzate, che sembrano reggere simbolicamente la cupola e insieme “tenere su” l’atmosfera del luogo. Poi ci sono le colonne, che raccontano una storia ancora più antica: elementi di reimpiego, marmi e capitelli diversi tra loro, come se la cattedrale avesse raccolto nel tempo frammenti di epoche precedenti e li avesse rimessi in ordine, con una logica tutta sua. Camminando, ti diverti quasi a osservare le differenze: la pietra cambia tono, la luce si appoggia sui profili dei capitelli, e ti sembra di leggere il tempo direttamente nelle superfici. E se ti fermi davvero — invece di attraversarla di corsa — San Ciriaco ti regala anche piccoli dettagli “da intenditori”. Per esempio: tra la navata centrale e quelle laterali ci sono aperture e finestre che sembrano quasi fuori posto; in realtà raccontano un trucco ingegnosissimo, perché qui gli archi rampanti che sorreggono la cupola furono “nascosti” all’interno per non rovinare l’armonia esterna della chiesa. È uno di quei particolari che vedi solo quando alzi gli occhi con calma e inizi a chiederti perché le cose sono fatte così. Un altro segno che spesso sfugge è la copertura delle navate: volte lignee a carena di nave rovesciata, dipinte a motivi geometrici. In una cattedrale di porto è un’immagine perfetta, quasi un omaggio silenzioso alla città marina: cammini sotto quel legno come sotto lo scafo di una barca, e ti sembra che il mare non sia rimasto fuori, ma sia entrato anche qui. E poi, se passi dal transetto destro, vale la pena cercare la Cappella del Crocifisso: le transenne non sono semplici “recinzioni”, ma un lavoro finissimo di formelle graffite (plutei) datate 1189, con santi, profeti e animali simbolici. Sono dettagli minuti, da guardare da vicino, quasi come si guardano le miniature: il genere di bellezza che i turisti frettolosi non vedono. In uno dei bracci del transetto si incontra anche un’impronta più “teatrale”, quasi barocca: la zona legata al culto mariano, con la monumentale edicola progettata da Vanvitelli nel Settecento, pensata per dare solennità all’ostensione e trasformare la devozione in una scena luminosa, incorniciata dal marmo. È un contrasto sorprendente con la sobrietà romanica, e proprio per questo funziona: ti ricorda che le cattedrali non sono mai ferme, cambiano con la città e con le persone che le attraversano. E infine, scendendo o affacciandoti verso gli spazi più bassi, arrivano le cripte: ambienti raccolti, più freschi, dove la pietra sembra trattenere l’umidità e il silenzio. Qui la cattedrale cambia ritmo: dall’ampiezza della navata passi a un’intimità quasi sotterranea, fatta di volte, ombre e dettagli che devi cercare con gli occhi. È in questo alternarsi di “alto” e “basso”, di luce e penombra, che San Ciriaco ti conquista davvero.

Usciamo dalla cattedrale con gli occhi pieni di bellezza. Fuori nel frattempo sono arrivati i nostri amici: li incontriamo con un sorriso grande, e ripartiamo insieme, lasciandoci guidare in una camminata nel cuore della città.

Arriviamo alla chiesa di San Francesco alle Scale e già il nome ti prepara alla scena: ci arrivi salendo, gradino dopo gradino, come se la città volesse farti “rallentare” prima di metterti davanti uno dei suoi prospetti più sorprendenti. Dall’alto della gradinata la chiesa domina la piazza con un effetto teatrale, incastonata tra vicoli e case, eppure capace di imporsi con una presenza netta, quasi veneziana nel gusto. La storia, qui, è fatta di trasformazioni continue. La prima pietra fu posta nel 1323: allora era dedicata all’Assunta e portava il titolo di Santa Maria Maggiore. Poi, nel Quattrocento, la chiesa si guadagnò davvero quel “alle Scale”: la grande scalinata venne realizzata nel 1447 con due rampe di trenta gradini, una macchina urbana pensata non solo per salire, ma per preparare lo sguardo alla facciata. Ed eccola, la facciata: un palinsesto di secoli. A colpo d’occhio si notano persino le “cicatrici” del tempo, come lo stacco tra l’altezza originaria e le sopraelevazioni successive; e se ti fermi un attimo capisci che è proprio questo a renderla affascinante: non è un’immagine fissa, è una storia scritta in intonaci e mattoni. Ma il vero capolavoro è il portale: un trionfo gotico-veneziano “a tabernacolo”, scolpito a metà Quattrocento in pietra di Brioni da Giorgio da Sebenico (lo stesso artista dalmata che lasciò il segno in tutta la costa adriatica). Sembra riecheggi la Porta della Carta del Palazzo Ducale di Venezia: lo senti negli archi, nelle cuspidi, in quella ricchezza che sembra nata per catturare la luce. Ti accorgi che qui nulla è “solo decorazione”. Attorno all’ingresso c’è un fregio che è una piccola folla di pietra: venti ritratti scolpiti, volti che emergono dal bianco caldo della pietra come se stessero spiando i passanti da secoli. È uno di quei dettagli che i turisti frettolosi non vedono: perché non basta guardare, bisogna restare qualche minuto e lasciarsi guardare indietro. Sui pilastri, come in una facciata “da racconto”, compaiono le edicole con i santi francescani: Santa Chiara, San Bernardino da Siena, Sant’Antonio da Padova e San Ludovico d’Angiò. Sopra il portale, nella lunetta, San Francesco è raffigurato mentre riceve le stimmate, e più in alto il gioco di forme continua con il grande conchiglione e il baldacchino che fanno da corona all’insieme. È uno di quei luoghi che ti fanno capire quanto una città sia fatta di stratificazioni.

Proseguiamo perdendoci tra le strade del centro storico, come piace a noi: senza la fretta di “arrivare”, ma con quella rara disponibilità a lasciarci sorprendere. Un vicolo si stringe tra le case, una svolta improvvisa, e poi — d’un tratto — uno scorcio di mare. L’Adriatico compare tra i tetti come una promessa, un lampo azzurro che ricorda che Ancona, anche quando sale e si nasconde tra pietra e mattoni, resta sempre una città di porto. E ogni volta che lo intravediamo è come se la città ci facesse l’occhiolino: “sono qui”, dice il mare, presente e silenzioso, a tenere insieme il cammino. Camminiamo, chiacchieriamo, ci fermiamo quando un dettaglio ci chiama, e intanto quel blu ritorna a tratti, come un filo che non si spezza.

Arriviamo davanti alla chiesa di Santa Maria della Piazza e, da amante del romanico, ho di nuovo un sussulto vero: come quando riconosci a colpo d’occhio una bellezza “della tua lingua”, fatta di pietra, proporzioni e silenzio. Restiamo lì, con lo sguardo che sale e torna giù, che si incastra nei particolari, che vuole trattenere tutto. E poi scopri che l’emozione non è solo estetica: è anche storia. La chiesa che vediamo oggi è stata eretta tra XI e XII secolo, ma poggia sopra una basilica paleocristiana del IV secolo, restaurata nel VI. È una di quelle stratificazioni che ti cambiano la percezione: cammini nel presente e, nello stesso momento, senti di avere sotto i piedi un tempo profondissimo. Mi avvicino alla facciata e la leggo come si legge un racconto. La parte inferiore è tutta un ritmo di archetti ciechi, come un respiro regolare, e al centro spicca la Vergine orante in un bassorilievo bizantino arrivato da Costantinopoli: un frammento d’Oriente incastonato qui, sull’Adriatico, a ricordare che Ancona è sempre stata porto e incontro di mondi. La storia, qui, non è mai “liscia”: è fatta anche di ferite. La parte alta della facciata crollò nel 1690 per un terremoto e fu ricostruita in laterizio; eppure non stona, perché ti ricorda che la bellezza non è eterna per magia: resiste, cade, si rialza.

Arriviamo poi al Palazzo degli Anziani e capiamo subito perché, ad Ancona, questo edificio non è “solo” un palazzo: è un pezzo di identità civica, la pietra da cui la città ha imparato a governarsi. Nato come sede del Consiglio degli Anziani e ricostruito nel 1270 in stile romanico-gotico. E già dalla facciata — se ti concedi qualche secondo in più — arrivano i dettagli. Prima di tutto il palazzo non è perfettamente “frontale”, ma sembra adattarsi al terreno come una nave alla sua chiglia, con proporzioni che cambiano a seconda di dove lo guardi. Il fronte piazza conserva tracce preziose dell’impianto medievale, anche se oggi devi “allenare l’occhio” per riconoscerle. Ci sono le logge ogivali in pietra del Conero, disposte su un doppio ordine: sono murate, e proprio per questo molti le ignorano, ma se ti fermi a guardare la trama della pietra capisci che lì, un tempo, la facciata respirava e dialogava con la piazza. E poi ci sono i dettagli che piacciono a chi ama i particolari: due pannelli scultorei con scene bibliche come frammenti di un racconto più grande, sopravvissuti alle ristrutturazioni e alle mode. Anche la sua storia è fatta di ferite e rinascite: nel 1348 un incendio lo danneggiò gravemente; nel Cinquecento venne rimaneggiato, e tra 1564 e 1571 Pellegrino Tibaldi ridisegnò il fronte, chiudendo le logge e aprendo nuove finestre — segni evidenti di come ogni epoca abbia lasciato qui la propria firma.

Mentre guardo la facciata giro la testa a destra per un attimo e rimango incuriosito da alcune statue sul tetto di un edificio vicino. Sono i Bronzi Dorati da Cartoceto di Pergola. A prima vista, sembrano quasi “decorazioni” messe lì per stupire. In realtà dietro a quelle figure c’è una delle storie più incredibili dell’archeologia marchigiana: il 26 giugno 1946, in località Santa Lucia di Calamello, emersero dal terreno centinaia di frammenti di bronzo dorato, per un peso complessivo di circa nove quintali. E qui sta la meraviglia: non parliamo di una statua qualunque, ma dell’unico gruppo equestre romano in bronzo dorato giunto fino a noi. Il complesso ricostruito comprende due cavalieri, due cavalli e due figure femminili stanti: un’immagine di prestigio che sembra pensata per dominare una piazza o un foro, come un ritratto pubblico “di famiglia” elevato a monumento. Il cavaliere meglio conservato è un uomo maturo, in abito militare d’alto rango, con il braccio destro alzato in un gesto che si interpreta come segno di pace; e i cavalli non sono semplici supporti, ma protagonisti, con bardature ricchissime e un pettorale decorato da creature marine — tritoni, nereidi, cavalli marini e delfini — come se il mare, nelle Marche, fosse parte dell’iconografia del potere. E poi c’è l’enigma che li rende ancora più magnetici: chi rappresentano davvero? Nel tempo si sono susseguite ipotesi diverse, dalla famiglia imperiale dei Giulio-Claudi fino a famiglie senatorie dell’età tardo-repubblicana legate all’ager Gallicus. Nessuna certezza definitiva, e forse è anche questo il loro fascino: un capolavoro che continua a far discutere e che, incredibilmente, ti capita di incrociare quasi per caso, alzando gli occhi in un pomeriggio qualunque ad Ancona.

Proseguiamo e arriviamo in Piazza del Plebiscito — che qui tutti chiamano Piazza del Papa. È una delle piazze più antiche della città, e si sente: non è una “piazza di passaggio”, è una piazza che trattiene, che invita a fermarsi e a guardare, come se fosse ancora la vecchia “piazza grande” di quando qui si incontravano i confini dei rioni storici. La sua particolarità sta proprio nel modo in cui si presenta: in pendenza, quasi una piccola conca urbana. I tavolini dei bar seguono la discesa, le persone si distribuiscono a gruppetti. È un via vai continuo, ma non caotico: sembra piuttosto il respiro della città, quel ritmo quotidiano che ti fa sentire “dentro” Ancona anche se ci sei arrivato da poco. Ci concediamo un aperitivo e ci godiamo questo teatro all’aperto. E poi alzi gli occhi e capisci che la piazza è costruita come una scenografia perfetta: la grande scalinata ti prende e ti guida verso l’alto, abbracciando al centro la statua monumentale di Clemente XII — il “Papa” che dà alla piazza il suo soprannome — quasi come un personaggio principale messo lì a presidiare la vita della città. In fondo, a chiudere tutto, c’è la Chiesa di San Domenico: da quaggiù sembra davvero un fondale, un sipario di pietra che “corona” la piazza.

Proseguiamo ancora, e la cosa più bella è che non stiamo semplicemente “andando da qualche parte”: stiamo attraversando la vita. Tra un palazzo e una chiesa, tra una facciata che merita uno sguardo e un dettaglio che ti obbliga a fermarti, ci lasciamo guidare dal ritmo del centro storico. E intanto Ancona ci si svela così com’è davvero: una città viva, fatta di persone che passano, di voci che rimbalzano tra le pietre, di luci che cambiano a ogni svolta. È in quel camminare senza programma — con il cuore leggero e gli occhi attenti — che la sentiamo nostra, anche solo per un pomeriggio.

Alla fine della visita, Ancona ti lascia addosso una sensazione: quella di una città che non si concede subito, che ti chiede attenzione e ti ripaga solo se decidi di starle dietro. È una città verticale e marinara insieme, fatta di salite che ti spezzano il fiato e di improvvise aperture di luce, di pietra che trattiene i secoli e di vento che arriva dal porto come un richiamo. Cammini e senti che qui tutto ha carattere: gli angoli, le piazze, i profili delle facciate… persino il silenzio, quando per un attimo le voci si spengono e resta solo la brezza a muovere l’aria. E la verità è che Ancona avrebbe ancora mille altre cose da raccontare. Lo capisci subito, quasi con un pizzico di malinconia: basterebbe una deviazione, una strada presa a caso, un portone socchiuso, e si aprirebbe un altro capitolo. Ma il tempo che avevamo era poco, troppo poco per una città così. Eppure, proprio in queste situazioni si capisce quanto contino le persone giuste nel posto giusto. I nostri amici sono riusciti a trasformare poche ore in un’esperienza piena: hanno concentrato in un percorso breve alcune tappe speciali, ma soprattutto ci hanno fatto assaporare Ancona davvero. Non correndo da un punto all’altro, non “spuntando” monumenti, ma camminando come piace a noi: lasciandoci attraversare dalla città, perdendoci nelle strade, seguendo la curiosità e l’istinto, fermandoci quando uno scorcio chiamava, tornando indietro se un dettaglio ci aveva rubato lo sguardo. In quel modo semplice — e per noi perfetto — in cui una città smette di essere una meta e diventa un incontro. A loro va un grazie enorme, di quelli detti col cuore: perché ci hanno regalato Ancona nel modo più bello, facendocela vivere non da turisti, ma quasi da persone del posto. E certe giornate così, anche se brevi, restano addosso a lungo: come il vento di mare la sera, quando non lo senti più sulla pelle ma continui a portarlo dentro.

E in una serie di viaggio che parte dai borghi e arriva alla costa, questo è davvero il finale ideale: perché qui le Marche diventano mare, sì… ma diventano anche città. Una città viva, ruvida e bellissima, che ti saluta senza retorica e ti lascia quella voglia quieta di tornare.

Vi aspetto al prossimo articolo. E ricordate: Viaggiare è rallentare!

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