Il mio ultimo romanzo: una rotta per ricominciare

Autore: Fabiano Conti

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10–15 minuti

Questo articolo nasce in modo diverso rispetto a quelli in cui, di solito, racconto viaggi, eventi, luoghi attraversati, paesaggi incontrati o itinerari da ricordare. Qui la rotta non conduce verso una meta geografica, ma verso uno spazio più intimo: un viaggio interiore verso se stessi, dentro i pensieri e le domande che hanno accompagnato la scrittura del mio ultimo romanzo, Il diario blu.

Dopo la pubblicazione, alcuni lettori mi hanno scritto attraverso il mio blog (www.vettasegreta.com), cogliendo subito il percorso interiore che avevo cercato di far emergere sotto la superficie della trama. Qualcuno si è riconosciuto in un passaggio, qualcun altro in una sensazione, altri ancora in quel bisogno silenzioso di ritrovare una direzione quando la vita sembra aver smarrito ogni coordinata.

Ricevere questi messaggi mi ha fatto molto piacere, perché ogni parola di chi legge restituisce al libro una vita nuova e lo accompagna oltre le pagine in cui è nato. È anche per questo che ho sentito il bisogno di scrivere queste righe: per dare voce ai pensieri che hanno accompagnato la nascita del romanzo e che, in fondo, continuano a vivere dentro di me.

Alcuni arrivano dalla mia esperienza più personale, fin dall’infanzia, da momenti attraversati con fatica, custoditi in silenzio e compresi solo molto tempo dopo. Chi ha letto il mio romanzo autobiografico La mia vetta segreta potrà forse riconoscere, tra quelle pagine, la radice più intima di ciò che cerco di raccontare. Altri pensieri, invece, nascono da confidenze ricevute lungo il cammino, da storie ascoltate con rispetto, da dolori che non erano miei ma che mi hanno comunque attraversato.

Ho iniziato a scrivere la prima bozza de Il diario blu nel 2020, nel pieno periodo del Covid, quando tutti noi, in modi diversi, ci siamo trovati ad attraversare giorni sospesi, segnati dall’incertezza. Forse anche per questo, fin dall’inizio, dentro quelle pagine ha cominciato a prendere forma il bisogno di raccontare non soltanto delle storie, ma un movimento più profondo: il tentativo di ritrovare una direzione quando la vita si ferma o cambia improvvisamente rotta.

Poi, come spesso accade con ciò che nasce da una parte molto intima di noi, ho lasciato quel testo da parte. L’ho abbandonato per un periodo, poi l’ho ripreso tempo dopo, a più riprese, ogni volta con uno sguardo diverso, con nuove consapevolezze e con la sensazione che quelle pagine avessero ancora qualcosa da dirmi.

Il diario blu, al di là delle vicende narrate, nasce da una convinzione semplice e profonda: non siamo definiti soltanto da ciò che ci accade, ma dal modo in cui proviamo a rialzarci e a ripartire.

Il diario, nel romanzo, non è soltanto un oggetto che passa da una mano all’altra. È il simbolo di qualcosa che molti di noi cercano almeno una volta nella vita: un punto fermo quando tutto sembra confuso, una direzione quando ci sentiamo perduti.

Credo che a tutti possa capitare di attraversare momenti di smarrimento. Può accadere dopo una perdita, una delusione, un fallimento, una malattia, una separazione, un cambiamento improvviso o un periodo di solitudine. Può accadere anche senza un grande evento visibile agli occhi degli altri: semplicemente quando ci accorgiamo che la vita che stiamo vivendo non assomiglia più a quella che avevamo immaginato.

In quei momenti, spesso, non servono grandi risposte. A volte basta trovare un nuovo punto da cui guardare le cose.

Nel romanzo il tema dell’orientamento è presente in modo evidente: le mappe, le rotte, le coordinate, il sestante, il mare, il viaggio. Ma l’orientamento di cui volevo parlare non è soltanto geografico. È soprattutto interiore.

Mi interessava raccontare quella condizione umana in cui non sappiamo più bene dove andare. Continuiamo a muoverci, a lavorare, a rispondere alle responsabilità quotidiane, ma dentro sentiamo di non avere più una mappa. Il vero viaggio, allora, non è solo quello che porta da un luogo a un altro. È quello che conduce da una vita subita a una vita guardata con maggiore consapevolezza.

Uno dei pensieri che ho cercato di affidare al romanzo è che ognuno di noi possiede una sorta di “latitudine interiore”: un punto nascosto, spesso dimenticato, dal quale possiamo ricominciare anche quando tutto sembra fermo.

Non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade. Non scegliamo certi dolori, certe assenze, certe ingiustizie, certi ostacoli. Però possiamo scegliere, almeno in parte, da dove guardarli. A volte basta un piccolo spostamento dello sguardo per cambiare una rotta intera: è il momento in cui smettiamo di domandarci soltanto “perché è successo proprio a me?” e iniziamo, magari con fatica, a chiederci: “che cosa posso fare adesso con ciò che mi resta?”.

Un altro tema importante riguarda la dignità.

Nel romanzo, la dignità emerge anche nei luoghi più umili: nella fatica, nelle mani rovinate, nella pelle bruciata dal sole, nel lavoro silenzioso delle mondine. Ada porta con sé questa verità: il valore di una persona non dipende dalla condizione in cui si trova, dal ruolo sociale, dal denaro o dal riconoscimento degli altri.

Anche oggi esistono molte persone che resistono senza essere viste. Persone che lavorano in silenzio, che si sacrificano per la famiglia, che portano pesi enormi senza ricevere applausi, che continuano a fare il proprio dovere anche quando nessuno sembra accorgersene.

La dignità nasce proprio lì: nel non lasciarsi ridurre a funzione, a numero, a circostanza. Nasce quando una persona, pur dentro una condizione difficile, riesce ancora a dire a sé stessa: “io valgo più di ciò che sto attraversando”.

Per questo, nel libro, scrivere significa esistere.

Quando Ada scrive il proprio nome nel diario, non compie un gesto banale. Afferma la propria presenza nel mondo. Dice, in qualche modo: “io ci sono”.

Credo che tutti abbiamo bisogno, prima o poi, di dire “io ci sono”. Non sempre lo facciamo scrivendo. A volte lo facciamo raccontando la nostra storia a qualcuno, conservando una fotografia, lasciando una lettera, educando un figlio, costruendo qualcosa, difendendo una scelta, prendendoci cura di una persona. E ogni gesto che lascia una traccia diventa un modo per non scomparire.

Nel romanzo, la memoria non è mai qualcosa da trattenere egoisticamente. Il diario passa di mano in mano perché nessuno può custodire tutto da solo. Anche nella vita reale la memoria funziona così: ereditiamo racconti, oggetti, parole, ferite, esempi e insegnamenti da chi è venuto prima di noi. Li portiamo per un tratto di strada e poi, consapevolmente o no, li consegniamo ad altri.

Una frase detta da un genitore, un consiglio ricevuto da un amico, il ricordo di una persona amata possono orientarci anche molti anni dopo. A volte non ce ne rendiamo conto subito. Lo capiamo più tardi, quando quella voce, quel gesto o quella memoria tornano a indicarci una direzione.

A questo si lega un altro pensiero che mi stava a cuore: lasciare andare può essere un atto d’amore.

Ada ama davvero il diario quando comprende che non può tenerlo soltanto per sé. Capisce che ciò che l’ha aiutata deve continuare il proprio cammino. Anche nella vita siamo spesso chiamati a lasciare andare qualcosa: un figlio che cresce, una persona che prende un’altra strada, un amore finito, un sogno che cambia forma, un dolore che non può restare per sempre il centro della nostra esistenza.

Lasciare andare non significa dimenticare. A volte significa riconoscere che ciò che ci ha salvato per un tratto deve continuare a vivere altrove, magari dentro qualcun altro.

Nel romanzo c’è anche un’idea di solidarietà come forma di orientamento.

Le mondine resistono perché non sono sole. Cantano insieme, si aiutano, si riconoscono, si proteggono. In quel legame trovano una forza che individualmente sarebbe forse impossibile sostenere.

Anche nella vita quotidiana spesso la nostra bussola non è un’idea astratta, ma una persona: un amico che ascolta, una voce che rassicura, una mano tesa, qualcuno che ci dice “non sei solo” nel momento esatto in cui ne abbiamo bisogno. Ci orientiamo anche attraverso gli altri, perché nessuno trova davvero la propria strada completamente da solo.

C’è poi un tema che considero centrale: la libertà nasce prima dentro, poi fuori.

Ada non cambia immediatamente la propria condizione. Resta povera, dentro un mondo duro. Eppure dentro di lei qualcosa si modifica: comincia a vedersi in modo diverso.

Questo accade spesso anche nella vita. Le circostanze esterne non cambiano subito: il lavoro resta difficile, i problemi familiari rimangono, le preoccupazioni non spariscono. Ma può cambiare il modo in cui ci percepiamo. Possiamo smettere di sentirci soltanto vittime, invisibili, incapaci o sbagliati. Possiamo iniziare a riconoscere una forza che prima non vedevamo. E quando cambia lo sguardo che abbiamo su noi stessi, anche il mondo, lentamente, comincia ad apparire diverso.

Un altro pensiero che attraversa il romanzo è che le vite si influenzano anche senza incontrarsi davvero.

Il diario unisce persone lontane tra loro, in tempi e luoghi diversi. Dimostra che ogni esistenza può lasciare un segno in un’altra, anche in modo silenzioso, indiretto, imprevedibile. Non sappiamo sempre chi verrà toccato dalle nostre parole o dalle nostre scelte. Una gentilezza fatta quasi per caso, un incoraggiamento, una testimonianza, un esempio di coraggio possono diventare importanti per qualcuno senza che noi ce ne accorgiamo.

C’è poi un riferimento che sento particolarmente vicino alla mia sensibilità personale: quello alla millenaria cultura induista, verso la quale nutro da tempo un interesse profondo. Non è, per me, un richiamo esotico, ma una tradizione spirituale e filosofica che invita a guardare l’esistenza da una prospettiva più ampia: il senso del dovere, il distacco, la trasformazione interiore, il rapporto tra azione e destino.

Dentro questa visione, anche la felicità cambia significato e si avvicina a uno dei nuclei più profondi de Il diario blu: l’idea che la salvezza non arrivi da ciò che possediamo, ma dal modo in cui impariamo ad abitare ciò che siamo. Non nasce dall’accumulo, né coincide soltanto con il piacere immediato o con il raggiungimento di un risultato esterno. Assomiglia piuttosto a una forma di armonia interiore, a una riconciliazione lenta e faticosa con le proprie ferite, con le proprie mancanze, con le rotte interrotte della vita.

È una felicità discreta, non rumorosa, che affiora quando la mente smette di aggrapparsi a ogni esito, quando il cuore accetta di aprirsi e quando l’azione diventa più libera perché non è più dominata dall’ansia del controllo. Non elimina il dolore, ma permette di trasformarlo in consapevolezza; non cancella le ferite, ma insegna a guardarle da un punto diverso, fino a ritrovare, anche nel buio, una possibile direzione.

È proprio qui che sento vicina una delle frasi più note della Bhagavad Gita: “Hai diritto all’azione, ma non ai frutti dell’azione”. Non è un invito alla rinuncia passiva o all’indifferenza, ma un richiamo alla responsabilità del proprio cammino: fare la propria parte con sincerità, attraversare la prova, compiere ciò che si sente giusto, senza pretendere di possedere o controllare completamente ciò che ne nascerà.

In fondo, anche i personaggi del romanzo si muovono dentro questa tensione. Non possono dominare tutto ciò che accade loro, cancellare il dolore, cambiare il passato o correggere ogni ingiustizia. Possono però scegliere come stare dentro ciò che accade. Possono decidere se restare fermi nella ferita o provare a trasformarla in un passaggio. Possono compiere un gesto, lasciare una traccia, consegnare ad altri una memoria, anche senza sapere quale frutto nascerà da quel gesto.

Il diario stesso diventa, in questa prospettiva, un atto compiuto senza possesso. Chi lo riceve non ne diventa padrone per sempre: lo attraversa, ne viene orientato, poi lo lascia andare. È un movimento che richiama proprio quel distacco profondo: fare la propria parte con verità, senza trattenere tutto per sé e senza pretendere che la vita risponda sempre secondo i nostri desideri.

Questo pensiero dialoga con uno dei nuclei più intimi del romanzo: la possibilità di trovare una rotta non nel controllo assoluto degli eventi, ma nella qualità dello sguardo con cui li attraversiamo. Forse la vera libertà, e forse anche una forma più autentica di felicità, comincia proprio lì: quando impariamo ad agire, amare, ricordare e lasciare andare senza voler possedere ogni conseguenza.

Infine, ho scelto di lasciare nel romanzo una zona di mistero.

Non tutto, nella vita, arriva con una spiegazione immediata. Ci sono incontri, coincidenze, intuizioni, oggetti e luoghi che sembrano affacciarsi sul nostro cammino senza un motivo preciso. Eppure restano nella memoria come piccoli segni in attesa di essere compresi.

A volte il loro significato non si rivela subito. Lo capiamo dopo, quando la distanza ci permette di guardare meglio ciò che abbiamo attraversato. Solo allora certi dettagli, che sembravano casuali, iniziano a comporsi come parti di una mappa nascosta.

Per questo, nel romanzo, il mistero non è un enigma da risolvere a ogni costo. È piuttosto una presenza da ascoltare: lo spazio fragile e profondo in cui la vita continua a parlarci anche quando non possediamo tutte le risposte.

Forse alcuni lettori hanno sentito proprio questo leggendo Il diario blu: non soltanto una storia, ma il riflesso di qualcosa che appartiene anche alla loro esperienza. Perché tutti, prima o poi, incontriamo un segno, una voce, una memoria, una ferita o una coincidenza che ci costringe a fermarci e a domandarci se, dietro ciò che accade, non esista un senso più ampio di quello che riusciamo a vedere.

In fondo, il romanzo racconta una verità semplice: la vita non ci consegna sempre una strada chiara, ma a volte ci offre un punto da cui ricominciare. Quel punto può essere una persona, una frase, un ricordo, un dolore trasformato, un luogo, un oggetto trovato per caso, una scelta piccola ma decisiva.

Il diario blu, in definitiva, non racconta soltanto cinque storie. Racconta ciò che accade a molti di noi quando perdiamo la rotta e, proprio nel momento in cui ci sentiamo più smarriti, troviamo un segno capace di indicarci di nuovo una direzione.

Desidero concludere ribadendo ancora una volta il mio ringraziamento sincero a tutti i lettori che, dopo aver letto il libro, hanno sentito il desiderio di scrivermi. Ogni messaggio, ogni parola detta con spontaneità, ogni riflessione condivisa è stata per me un dono prezioso.

Sapere che una pagina, un personaggio, un’immagine o una ferita raccontata nel romanzo siano riusciti a raggiungere qualcuno nel profondo è una delle ricompense più grandi per chi scrive. Per questo vi ringrazio: per il tempo che avete dedicato alla lettura, per l’ascolto, per la sensibilità con cui avete accolto questa storia e per avermi restituito, attraverso le vostre parole, una parte del viaggio che Il diario blu ha compiuto dentro di voi.

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