Autore: Fabiano Conti
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Un week-end lungo, di tre giorni a fine luglio, quando la luce del Veneto diventa dorata e l’aria sulle colline si fa più leggera, abbiamo lasciato la pianura e ci siamo lasciati guidare da un itinerario che sapeva di arte, storia e buona tavola. Bassano del Grappa ci ha accolti con il suo ponte antico e il Brenta che scorre lento sotto le case; più in alto, il Monte Grappa si è stagliato con il suo silenzio solenne, e al Sacrario abbiamo fatto una sosta che non ha bisogno di parole. Poi, tra i vigneti di Valdobbiadene, quelli patrimonio Unesco. Non poteva mancare Villa Maser, capolavoro di Palladio immerso nei colli, né la Gypsoteca del Canova a Possagno, dove il gesso conserva ancora l’impronta delle mani dello scultore. Asolo ci ha conquistato con i suoi vicoli e il sapore di borgo signorile, Feltre con la sua piazza raccolta e il respiro montano. La cucina veneta ci ha accompagnati. È stato un breve viaggio, ma così pieno di bellezza che sembra di aver portato con sé un pezzo di cielo grappino.
Ecco cosa troverete in questo articolo:
Il Monte Grappa e il Sacrario
Il Monte Grappa non è solo una montagna. È un luogo dove il paesaggio del Veneto si fa monumento, dove il vento che arriva dalle Prealpi porta con sé il silenzio di una storia troppo grande per essere dimenticata. A metà luglio, con quella luce dorata che sembra appartenere solo a questa stagione, abbiamo lasciato Casa Vittoria Guest House, la nostra base per questo weekend, e con gli amici abbiamo iniziato a salire.
La strada che porta a Cima Grappa è la Strada Cadorna, un nastro di asfalto che serpeggia tra i boschi e le pendici della montagna. Fu costruita durante la Grande Guerra. Salire significa lasciare pian piano la pianura alle spalle e guardare il mondo da un’altra prospettiva. A 1.776 metri, il paesaggio si apre: da una parte le Dolomiti, dall’altra la pianura, e in mezzo un mare di verde che a luglio è al suo apice. Dalla cima del Grappa si vedono poi i profili di Jesolo e della Laguna di Venezia.

E poi, all’improvviso, eccolo: il Sacrario Militare di Cima Grappa. Non ci si prepara davvero a quello che si prova. L’imponenza dell’edificio, progettato dall’architetto Giovanni Greppi e dallo scultore Giannino Castiglioni, ti colpisce prima ancora di arrivare: una scalinata di pietra che sale verso il cielo, archi, tombe, loculi. Qui riposano le salme di oltre 22.900 caduti, raccolti in un abbraccio di pietra che supera le fazioni e la guerra stessa.
Il Sacrario è diviso in due anime. Da una parte, la zona dedicata ai caduti italiani, con le file ordinate di loculi e le lastre di bronzo su cui sono incisi nomi, decorazioni, storie di uomini venuti da ogni parte d’Italia. Dall’altra, la zona dei caduti austro-ungarici, altrettanto silenziosa, altrettanto piena di assenze. È commovente, e quasi incredibile, pensare che qui, dopo quasi un secolo, soldati che un tempo erano nemici riposino così vicini, custoditi dalla stessa montagna e dallo stesso vento. La memoria, sul Grappa, ha scelto di non dividere.
Il Sacrario non ha spazi chiusi: è un percorso a cielo aperto, fatto di gradoni concentrici che salgono verso la vetta come un’ascesa simbolica nella memoria. Tra il settore italiano e quello austro-ungarico corre la Via Eroica, lunga circa trecento metri, fiancheggiata da quattordici cippi di pietra che portano i nomi delle cime teatro della guerra. All’inizio di questa via si staglia il Portale Roma, donato dalla città, con incisa una frase che prende il cuore: «Monte Grappa, tu sei la mia patria», il primo verso della Canzone del Grappa.

In mezzo all’ossario italiano riposa il generale Gaetano Giardino, comandante dell’Armata del Grappa, sepolto qui per sua volontà nel 1936, poco dopo l’inaugurazione del monumento. E poi c’è una tomba che oggi diventa quasi leggenda: quella del soldato austro-ungarico Peter Pan, il giovane Péter Pan di Rusca Montană, caduto il 19 settembre 1918 all’età di 21 anni. La sua tomba, la numero 107 del settore austro-ungarico, è tra le più visitate: un nome da favola finito per caso in un luogo di guerra, come a ricordare che dietro ogni numero c’era una persona, e che alcune storie non si possono inventare.
In cima al Sacrario, oltre le file di loculi, si trova una piccola cappella dedicata alla Madonna del Grappa. È un luogo intimo, che custodisce la celebre Madonnina: portata sul monte e benedetta nel 1901 dal Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, prima che diventasse Papa Pio X, è divenuta nel tempo un punto di pellegrinaggio e di preghiera per chi sale fin qui. La cappella, con il suo silenzio ancora più profondo, sembra voler ricordare che anche in mezzo a tanta guerra, a tanta assenza, qualcuno ha continuato a guardare dall’alto.

Abbiamo percorso il Sacrario passo dopo passo, senza fretta, con quel silenzio addosso che non si sceglie ma che ti arriva, come un abito troppo grande per i sentimenti di un solo giorno. Non siamo riusciti a trattenere l’emozione: davanti a tanti nomi, a tante vite interrotte, il cuore si stringe da solo, senza chiedere permesso. Leggevamo le lapidi una dopo l’altra, e ogni nome diventava un volto immaginato, una voce mai sentita, una lettera che non arriverà mai. Quel ragazzo lì, giovanissimo, forse sognava di tornare a casa per raccontare la montagna; quell’altro, più in là, aveva forse una ragazza che lo aspettava. E poi c’era chi non aveva neppure un nome, un’ombra di uomo tra tante altre. Ci siamo fermati più volte, senza parlare, perché le parole su questo monte sembrano piccole e insufficienti. Il vento ci passava accanto come un custode silenzioso. Camminare lì, con gli occhi un poco umidi mi ha fatto capire che il Grappa non è solo pietra e storia: è un abbraccio di memoria, un luogo che non ti chiede nulla, se non di non dimenticare. E in quel silenzio, ho promesso di portare con me il peso leggero di quei nomi.

Poco distante si trova la Galleria Vittorio Emanuele III, una costruzione che a luglio offre un rifugio fresco e una sosta tra la storia e la natura. Accanto al Sacrario, gestito dai militari, c’è anche un piccolo museo che vale la pena visitare: una sala silenziosa dove oggetti, documenti e fotografie della Grande Guerra raccontano la vita di chi ha combattuto su queste montagne. Non è grande, ma commuove: vedere le divise, i diari, le lettere, le foto ingiallite di ragazzi ti fa capire, più di mille parole, che la guerra non è solo nei libri di storia. È un passo in più dentro la memoria, e non te ne vai indifferente.
E poi, intorno, c’è tutto il Massiccio del Grappa: sentieri che seguono le trincee, malghe dove fermarsi, panorami che tolgono il fiato. Se avete tempo, vale la pena camminare anche solo un tratto: le tracce della Grande Guerra sono ovunque, e la montagna le ha trasformate in un museo a cielo aperto.
Consigli pratici: il Sacrario è aperto tutto l’anno, anche nei festivi, ed è visitabile gratuitamente. La Galleria Vittorio Emanuele III, il museo e la sala cinematografica sono in genere aperti dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 13.30 alle 16.30, con chiusura il lunedì e nei giorni festivi. Ma le visite si svolgono solo in presenza di almento 10 persone perchè si viene accompagnati dai militari, gli alpini che qui hanno un caserma. In estate, soprattutto a metà luglio, il clima è piacevole ma in cima può fare freschino: meglio portare una giacca.

E per concludere, se dovessi racchiudere in una sola frase ciò che questa visita al Monte Grappa mi ha lasciato dentro e mi ha commosso, non troverei parole per la vista, né per il silenzio, né per la maestà di quella pietra che sale verso il cielo: troverei invece il ricordo di aver camminato accanto a vite interrotte, a nomi che non avrei mai potuto abbracciare, a giovani che sognavano la stessa libertà che oggi respiro io, e sentirei, forte e dolce al tempo stesso, come una mano che si posa sul cuore, l’impegno di non dimenticarli mai, perché solo tenendo vivo il loro ricordo riesco a capire, davvero, che ogni alba, ogni passo, ogni semplice attimo di pace è un dono prezioso che loro, lì, su quella montagna, ci hanno consegnato per sempre.
E allora sì: al prossimo viaggio, con il cuore pieno e la gratitudine di chi sa che certi luoghi non si visitano soltanto… ti chiamano. E tu, prima o poi, rispondi.
E ricordati… viaggiare è rallentare.

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