Il Veneto – parte terza. Asolo

Autore: Fabiano Conti

Tempo di lettura:

6–9 minuti

Parlare del Veneto, specie di questa parte più dolce e collinare, significa fare i conti con borghi che sembrano usciti da un dipinto. Dopo aver seguito le tracce di Palladio, Veronese e Canova tra Villa Maser e la Gypsoteca di Possagno, in questo terzo episodio del nostro weekend veneto voglio fermarmi su Asolo. La città dei cento orizzonti, la perla dei colli asolani, dove il tempo sembra camminare a passo lento tra mura antiche, portici e colli morbidi.

Asolo non ha bisogno di presentazioni, ma ha bisogno di tempo. Il tempo di lasciarsi guardare, di scoprire gli scorci, di sedersi in piazza e di capire perché Giosuè Carducci le abbia dato quel nome. Noi ci siamo arrivati in un pomeriggio di fine luglio, quando il sole colora i colli di un giallo dolce e l’aria sa di glicine e di Prosecco. È bastato varcare una porta antica per capire che Asolo non è un borgo da visitare in fretta: è un luogo che va assaporato a passo lento, come un bicchiere di Asolo Prosecco Superiore DOCG.

Ecco cosa troverete in questo articolo:

Il centro storico e la Rocca: una passeggiata sopra il tempo

Il centro storico di Asolo non si visita: si assapora. È un intreccio di piazze piccole, vicoli lastricati, portici che danno fresco e case antiche che sembrano raccontare la storia del Veneto in ogni mattoncino. Siamo entrati in città da Porta Colmarion, una delle antiche porte nelle mura, e subito abbiamo capito che il passo qui deve rallentare.

Il primo incontro è stato con la Fontanella Zen, una fontana cinquecentesca nascosta in un angolo ombreggiato all’inizio di via Browning. Le sue pietre consumate, il rumore dell’acqua che scende piano, i fiori che qualcuno poggia sul bordo: sembra un altare alla lentezza. Ci siamo fermati a bere, più per il gesto che per la sete, mentre un passante mi ha detto: “Qui anche l’acqua sa di antico”. È una di quelle frasi che suonano banali finché non ti rendi conto che è proprio così.

Poi via Browning, con i suoi portici che sembrano un abbraccio. La via prende il nome dal poeta inglese che visse ad Asolo e qui trovò ispirazione per i suoi versi. Camminare sotto quelle arcate significa passare dal sole alla penombra, dal caldo della piazza al fresco della pietra. Lungo il tragitto, i negozi di artigianato, le vetrine di ceramiche, i balconi pieni di gerani e glicini: ogni finestra sembra un quadro. Ci siamo guardati intorno e abbiamo pensato che questa via è il contrario di una strada qualsiasi: non serve per arrivare da qualche parte, ma per farti perdere nel bello.

Giunti in piazza Maggiore, la Fontana Maggiore domina la scena con la sua eleganza seicentesca. La piazza è piccola, raccolta, con i tavolini all’aperto che invitano a fermarsi. Abbiamo alzato lo sguardo verso il Duomo di Santa Maria Assunta, la facciata sobria, la piazzetta che lo abbraccia. Non è grandioso come altre cattedrali, ma ha una dignità silenziosa. Entrando, abbiamo trovato una luce bassa, l’odore di cera e legno antico, e quella sensazione di pace che solo certi luoghi di culto sanno dare. Ci siamo seduti un attimo, senza parlare, a guardare la Pala di Asolo di Lorenzo Lotto, con l’Assunta che sembra librarsi tra i santi.

Poco distante, il Museo Civico occupa il Palazzo del Vescovado e la Loggia della Ragione. La Loggia è un gioiello: affrescata intorno alla metà del Cinquecento, con colonne che sembrano sostenere non solo la volta, ma il peso di secoli di storia. Ovunque le tracce di tre donne che hanno segnato Asolo: Caterina Cornaro, Eleonora Duse, Freya Stark. Tre vite diverse, tre modi di essere libere, tre sguardi che sembrano ancora posarsi sul borgo.

Ma il cuore della passeggiata è la salita verso la Rocca e il Castello della Regina Cornaro. Partendo da piazza Garibaldi, con la sua fontana e il viale di alberi, le strade diventano più ripide, i sampietrini più antichi, le case più basse e silenziose. Poi, a un certo punto, il borgo si apre e il Castello si staglia contro il cielo. È una fortezza del X secolo, rimaneggiata più volte, che dal 1489 al 1510 fu dimora di Caterina Cornaro, regina di Cipro, Gerusalemme e Armenia, signora di Asolo. Pensare che lì, tra quelle mura, una regina in esilio avesse trovato il suo rifugio, dà al luogo un’aria di malinconia nobile.

Accanto al Castello, la Torre Civica dell’Orologio, una delle quattro torri del complesso fortificato, si erge con un’aria silenziosa. Fu danneggiata dal terremoto del 1695 e ricostruita, fu prigione nel 1917, e oggi è un punto di osservazione. Noi non siamo saliti: ci è bastato guardarla da sotto, con il sole che le dava una luce dorata, per sentire la sua storia. Ma la vera meraviglia è arrivata salendo ancora, fino alla Rocca.

La Rocca di Asolo è un rudere di pietra e di tempo, una fortezza del XII secolo che domina la valle. Arrivare in cima richiede un po’ di fiato, ma il regalo è immediato. Da lassù, il panorama si apre a strati: i vigneti del Prosecco, le colline ondulate, la pianura che si stende fino alla laguna, e in lontananza, nelle giornate limpide, il profilo delle Dolomiti. Non è un solo orizzonte, ma una molteplicità di orizzonti, uno dopo l’altro, come Carducci aveva intuito.

Scesi dalla Rocca, abbiamo lasciato il borgo senza meta, lasciandoci guidare dagli scorci. In un vicolo abbiamo trovato un portone verde sbiadito, con una pianta di gelsomino che lo ricopriva tutto. In un altro, una vecchia seduta sulla soglia a guardare il mondo. In un altro ancora, un gatto rosso che si stiracchiava al sole. Ogni angolo di Asolo sembra fatto per essere fotografato, ma anche per essere vissuto. E proprio quel silenzio, interrotto solo dal suono delle nostre scarpe sui sampietrini e dal ronzio di un vespa che passava, è stato uno dei regali più grandi.

Casa Vittoria: il nostro rifugio tra le colline

Giunti alla fine di questi tre articoli sul nostro weekend veneto, voglio lasciare un consiglio su dove soggiornare, perché scegliere bene il rifugio del viaggio cambia tutto. Noi abbiamo trascorso i tre giorni a Casa Vittoria Guest House, una piccola struttura a Romano d’Ezzelino, ai piedi del Monte Grappa, in posizione comoda per esplorare i colli, le ville palladiane e i borghi della Marca. La casa è stata aperta nel 2022 da Elena e Andrea dopo un’attenta ristrutturazione, e il nome è un omaggio alla nonna Vittoria: un dettaglio che, da solo, racconta lo spirito familiare che si respira.

Entrando, il primo pensiero è stato che non sembrava un albergo. Ma il cuore della casa, per noi, è stata la camera, con due grandi finestre che guardavano verso il paesaggio.

Svegliarsi lì è stato uno dei momenti più belli del viaggio. Non serviva la sveglia: bastava lasciare che la luce entrasse piano. Le colline che scendevano dolci verso la pianura; più in lontananza, la cosiddetta Torre di Dante — la Torre Ezzelina sul Col Bastia — si stagliava come un guardiano silenzioso. La luce cambiava ogni minuto, il verde si tingeva di oro e di grigio, e per un attimo anche la fretta di partire per la giornata si dissolveva. Era come trovarsi dentro un quadro, e ci capita di pensare che non serva essere artisti per capire la bellezza: basta alzarsi presto.

La colazione è stata servita in una sala con vista sul giardino e sulla pianura: caffè, latte, tè, frutta fresca, pane e dolci fatti in casa, salumi e formaggi locali. Elena ci ha accolti come se ci conoscesse da sempre, consigliandoci i luoghi da vedere e facendoci sentire a casa fin dal primo minuto.

L’accoglienza di Elena e di Andrea è il vero valore aggiunto di Casa Vittoria. Non è la cortesia da reception: è l’ospitalità di chi ha deciso di aprire la propria casa e di condividerne il calore.

Se dovete visitare Asolo, il Monte Grappa o i dintorni del Veneto collinare, consigliamo Casa Vittoria senza riserve.

E così, con questo terzo e ultimo episodio, si conclude il racconto del nostro weekend in questa parte di Veneto. In pochi giorni abbiamo attraversato paesaggi diversi e complementari: il respiro solenne del Monte Grappa, la misura perfetta di Villa Maser, la purezza classica dei gessi di Canova a Possagno e, infine, la dolcezza senza tempo dei portici di Asolo. Ne torniamo con qualcosa di più prezioso delle foto: la consapevolezza che esistono ancora luoghi in cui il tempo sa aspettare, e che la bellezza non ha bisogno di urlare per essere ascoltata. Il nostro viaggio qui termina, ma la strada continua, e il desiderio di scoprire nuovi orizzonti resta vivo. Vi aspetto per il prossimo viaggio e ricordate: viaggiare è rallentare.

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