18/09/2026 Budapest, tra le due rive e le rovine che respirano ancora

Autore: Fabiano Conti

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7–10 minuti

Budapest non si guarda da una sponda sola. Il Danubio la taglia in due, largo più di duecento metri nel punto più stretto, e per secoli fu una frontiera d’acqua prima di diventare il filo che tiene insieme la città. Non vi racconteremo la lista dei bagni termali da spuntare in cinque giorni: vi raccontiamo di un fiume che ha dovuto essere attraversato prima di essere capito, e di alcune rovine che qui hanno smesso di essere macerie per diventare, la sera, il posto dove tutti vogliono stare.

Il fiume che ha fatto una città

Fino al 1873 Buda, Pest e Óbuda erano tre città separate, ognuna con la propria amministrazione, divise da quel tratto di Danubio che oggi si attraversa in dieci minuti a piedi. Il 17 novembre di quell’anno si unirono ufficialmente in un’unica metropoli, ma l’unione era cominciata prima, sul fiume: nel 1849 era stato inaugurato il ponte delle Catene, il primo ponte permanente sul Danubio ungherese, progettato dall’ingegnere inglese William Tierney Clark e costruito sotto la supervisione dello scozzese Adam Clark (nessuna parentela, solo un cognome in comune che a Budapest continua a generare equivoci). I due leoni di pietra alle estremità, scolpiti da János Marschalkó nel 1852, sono lì da quando la leggenda locale ha iniziato a dire che non hanno la lingua: ce l’hanno, semplicemente non si vede da sotto.

Lo abbiamo attraversato a ogni ora del giorno e della notte, ma è di notte che il ponte delle Catene ci ha colpiti davvero. Con le luci accese sui cavi e sui piloni, quel tratto sospeso sul Danubio smette di essere un semplice collegamento tra due sponde e diventa un luogo in cui ci si ferma, invece di limitarsi ad attraversarlo.

Lungo la passeggiata del Danubio, poco distante dal ponte, una ragazzina di bronzo siede sul parapetto con un cappello a punta e le gambe a penzoloni sul fiume. È la Kiskirálylány, la “piccola principessa”: lo scultore László Marton la modellò nel 1972 ispirandosi a sua figlia, che a sei anni giocava in giardino vestita così. Nessuno le passa davanti senza fermarsi un momento.

Da Buda il Danubio si vede meglio che da qualsiasi altro punto della città. Il Bastione dei Pescatori, costruito tra il 1895 e il 1902 su progetto di Frigyes Schulek, prende il nome dalla corporazione di pescatori incaricata nel Medioevo di difendere proprio quel tratto di mura. Le sue sette torri non sono un capriccio decorativo: rappresentano le sette tribù magiare che si stanziarono nel bacino dei Carpazi nell’896. Proprio accanto, la chiesa di Mattia porta sul tetto le tegole smaltate e colorate della manifattura Zsolnay, posate durante lo stesso restauro che Schulek condusse tra il 1873 e il 1896. La chiesa esiste, in una forma o nell’altra, da quando Santo Stefano ne fondò una prima versione nel 1015; distrutta dai mongoli nel 1241, ricostruita, trasformata in moschea durante l’occupazione ottomana e restituita infine al culto, è qui che nel 1867 fu incoronato Francesco Giuseppe, insieme alla moglie Elisabetta, la Sissi che i libri di scuola hanno reso più leggenda che regina.

Da lassù ci ha colpiti vedere la città distesa sotto di noi, e il Parlamento specchiarsi nel fiume: progettato da Imre Steindl in stile neogotico, costruito tra il 1885 e il 1904, con la sua cupola e le guglie ribaltate nell’acqua a ripetere, capovolto, lo stesso disegno. Siamo entrati anche dentro, nell’aula che un tempo ospitava la Camera bassa del parlamento ungherese: colonne dorate, archi neogotici che si rincorrono su due piani, una luce che non sembra voler finire mai.

Non lontano, sul lato di Pest, la Basilica di Santo Stefano innalza la sua cupola esattamente alla stessa altezza del Parlamento: novantasei metri, né un centimetro di più, perché in città né la fede né la politica dovevano prevalere l’una sull’altra. Progettata nel 1850 da József Hild, portata avanti da Miklós Ybl dopo la sua morte e conclusa solo nel 1906 da József Kauser, la Basilica custodisce ancora oggi la Santa Destra, il braccio destro di Santo Stefano, il re che ha dato il nome all’Ungheria.

Dall’altra parte della città, la collina Gellért offre una vista ancora diversa sul Danubio: più alta del Bastione, più aperta, con la Cittadella costruita dagli austriaci dopo la rivoluzione del 1848 per tenere sotto controllo la città ribelle. In cima, la Statua della Libertà, alta quaranta metri, fu eretta nel 1947 per celebrare la liberazione sovietica dall’occupazione nazista; la scritta originale, dedicata agli “eroi liberatori sovietici”, fu sostituita dopo il 1989 con una dedica a chiunque abbia sacrificato la vita per l’indipendenza, la libertà e il benessere dell’Ungheria. La stessa statua, lo stesso bronzo, un significato completamente diverso: anche i monumenti, qui, hanno dovuto imparare a cambiare bandiera.

Un’altra Budapest, un po’ più lontana dal fiume

Si arriva alla Piazza degli Eroi, e da lì al parco cittadino, camminando sotto una colonna che regge l’arcangelo Gabriele con la corona di Santo Stefano tra le mani. Il monumento fu iniziato nel 1896, per il millenario ungherese, e completato solo nel 1929: alla base, i sette capi delle tribù magiare che guidarono l’arrivo nel bacino dei Carpazi nell’896, con Árpád al centro. Le statue laterali non sono rimaste sempre le stesse: quelle originali dedicate agli Asburgo furono sostituite, dopo la guerra, con le figure di chi contro gli Asburgo aveva combattuto.

Alla stazione Nyugati la facciata di ferro e vetro si apre come una serra immensa sopra i binari. Fu costruita nel 1877 su progetto di Auguste de Serres e realizzata dalla società di Gustave Eiffel, la stessa che qualche anno dopo avrebbe firmato la torre di Parigi. Prima ancora di prendere un treno, ci si ferma a guardare il cielo attraverso quel tetto.

Nel parco cittadino, il castello di Vajdahunyad non è un vero castello: fu costruito nel 1896 per l’Esposizione del millennio e riunisce sotto un unico complesso decine di edifici storici ungheresi in stili diversi, romanico, gotico, rinascimentale, barocco. Doveva restare in piedi solo per la durata dell’esposizione, di cartone e legno; piacque così tanto che tra il 1904 e il 1908 fu ricostruito in pietra e mattoni, per restare davvero. Accanto, la cappella di Ják riproduce il portale romanico dell’abbazia della cittadina di Ják, nell’Ungheria occidentale: un pezzo di XIII secolo trapiantato in città.

Poco fuori dal centro, nell’ottavo distretto, una targa smaltata segna via Pál. Per chi è cresciuto in Italia leggendo “I ragazzi della via Pál” di Ferenc Molnár, pubblicato a puntate nel 1907 e diventato uno dei romanzi ungheresi più letti al mondo, vedere quel nome su un muro qualunque ha un effetto che nessuna guida turistica può spiegare: è lì che Boka e Nemecsek difendevano il loro grund, il terreno libero tra le case popolari, da una banda rivale. Su un muro vicino, una targa del marzo 1990 ricorda un concorso radiofonico italo-ungherese, dedicato “per un’Europa senza frontiere” proprio “a via Pál, a Ferenc Molnár, ai suoi ragazzi ed ai ragazzi di tutte le periferie”: un pezzo di RAI e di Radio ungherese, uniti su un muro di Budapest a parlare di confini da abbattere.

Le rovine diventate stanze da vivere

Nel settimo distretto, quello che un tempo era il quartiere ebraico di Budapest, gli edifici abbandonati dopo decenni di incuria e di regime comunista sono diventati qualcos’altro. Il primo fu Szimpla Kert, aperto nel 2002 in un’altra sede e trasferito nel 2004 in via Kazinczy, in un complesso che era stato un’abitazione e poi una fabbrica di stufe, destinato alla demolizione. Chi lo rilevò decise di non abbattere niente: mobili spaiati, una vecchia Trabant trasformata in tavolo, muri lasciati scrostati apposta. Da lì è nato un genere intero, i romkocsma, i “pub delle rovine”: a Budapest li chiamano così, e “ruin bar” è solo la traduzione che è rimasta appiccicata quando i turisti hanno iniziato ad arrivare.

Non diremo in quale di questi locali siamo finiti la sera: quello che conta è che tra un tavolo di recupero e l’altro abbiamo conosciuto alcuni ragazzi del posto, e con loro la serata si è allungata oltre quello che avevamo previsto. Sono nate amicizie vere, di quelle che continuano anche dopo il ritorno a casa.

Il mercato e dove abbiamo mangiato

Di giorno siamo passati più volte dal mercato centrale coperto, progettato dall’architetto Samu Pecz e inaugurato il 15 febbraio 1897: una cattedrale laica di ferro e mattoni, con le tegole smaltate della stessa manifattura Zsolnay che ricopre i tetti della chiesa di Mattia. Al piano terra si vende carne, dolci, spezie e paprica in ogni sfumatura di rosso; al piano di sopra, tra i banchi di souvenir, si friggono i lángos, focacce di patate condite con panna acida e formaggio, che a Budapest si mangiano camminando.

In città alta abbiamo mangiato al Pierrot, in Fortuna utca: aperto dal 1982, ha attraversato decenni di storia del quartiere e ha ospitato nel tempo diverse personalità, ma resta un locale che si vive senza formalità, con un cortile interno raccolto e una cucina ungherese che non rinuncia alla tradizione. Il brodo di gallo e il paprikash di pollo sono tra i piatti che meglio raccontano cosa significhi, da queste parti, cucinare “come si è sempre fatto”.

Budapest non si visita in un fine settimana e non si esaurisce in una lista di cose da vedere. Si guarda da una riva e poi dall’altra, si cammina tra crolli che qualcuno ha deciso di non riparare, e si capisce, un po’ alla volta, che ogni ponte attraversato e ogni rovina diventata rifugio ci hanno insegnato la stessa cosa: viaggiare è rallentare.

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