Autore: Fabiano Conti
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L’Olanda non si capisce dal Rijksmuseum e nemmeno dai mulini a vento da cartolina. Non vi racconteremo la lista dei musei da prenotare con tre mesi di anticipo: vi raccontiamo un paese che per metà sta a meno di un metro sopra il livello del mare, o sotto, e che ha passato secoli a decidere dove finisse l’acqua e dove cominciasse la terra. Lo abbiamo capito partendo da Amsterdam e poi guidando, con un’auto a noleggio, tra città di mattoni, campagne piatte e un argine di trentadue chilometri che taglia il mare in due.
Il viaggio ha avuto una forma precisa: un perno, Amsterdam, e poi un giro largo con l’auto, a sud verso L’Aia e Delft, poi Utrecht, il castello De Haar e Amersfoort, quindi di nuovo a nord, a Zaanse Schans, fino a imboccare la lunga diga che separa il lago dal mare. Il filo che lega tutto è l’acqua: qui la si scava, la si respinge, la si chiude, e dai suoi problemi sono nate città, case e fortune.
Amsterdam, una città nata da una diga
Il nome dice già tutto. Amsterdam nasce attorno al 1270 da una diga sul fiume Amstel, l’Amstelredamme, costruita per collegare le due rive dove si stava formando l’insediamento; il nome compare nei documenti nel 1275. Il punto esatto della diga è oggi la piazza Dam, a circa settecentocinquanta metri a sud della stazione centrale, ed è la prova più semplice che in questo paese una città può cominciare da una questione di argini. La stazione, tra l’altro, è un’altra opera di Pierre Cuypers (insieme ad A. L. van Gendt), l’architetto che ritroveremo più avanti a Utrecht e ad Amersfoort.
Sulla Dam stanno due edifici che vale la pena guardare con calma. Il Palazzo Reale nacque come municipio, completato nel 1655, nel momento di massimo splendore della città, e diventò residenza reale nel 1808. Accanto, la Nieuwe Kerk, gotica, quattrocentesca, nonostante il nome (“chiesa nuova”, detta così per distinguerla dall’Oude Kerk, più antica). Al centro della piazza, una colonna bianca eretta nel 1956 ricorda le vittime della Seconda guerra mondiale.
Amsterdam ha più di cento chilometri di canali, una novantina di isole e circa millecinquecento ponti. I tre canali principali, Herengracht, Keizersgracht e Prinsengracht, furono scavati a partire dal 1613, durante la tregua dei dodici anni, procedendo da ovest verso est come un enorme tergicristallo: il settore nordoccidentale fu completato intorno al 1625, quello meridionale dopo il 1664. Il tracciato a semicerchio che ne risulta è oggi patrimonio UNESCO.
Camminando lungo l’acqua ci hanno colpiti due cose. La prima sono le case alte e strette, con i frontoni scuri e le finestre grandi, che si affacciano sul canale una accanto all’altra come i volumi di una libreria. La seconda sono le case sull’acqua: barche trasformate in abitazioni, con le fioriere appese ai bordi, le biciclette appoggiate alla ringhiera e un portoncino colorato a pelo d’acqua. Un’abitudine locale racconta bene il rapporto con i canali: ogni anno ne vengono ripescate fra le dodici e le quindicimila biciclette, e c’è chi lo chiama “pesca alla bicicletta”.

Più avanti, lungo un altro corso d’acqua, un salice piangente scendeva fino al pelo dell’acqua e dietro di lui altre case galleggianti stavano in fila, ormeggiate vicine. Su quel tratto d’acqua c’era una quiete che in centro non avevamo trovato.

Un’altra tappa che chiede lentezza è il Begijnhof, un cortile interno nascosto dietro le facciate, dentro il cerchio del Singel. È l’unico cortile medievale rimasto ad Amsterdam, documentato dal 1389, nato come beghinaggio, cioè come comunità di donne laiche che vivevano insieme senza prendere i voti. Le case sono quarantasette, quasi tutte sei-settecentesche, ma una, il Het Houten Huys, risale al 1420 circa ed è la casa di legno più antica della città, una delle due sopravvissute in centro. Sopravvisse alla presa del potere protestante del 1578 perché le beghine possedevano le proprie case a titolo privato, e fino al 1971 vi visse l’ultima di loro, suor Antonia.
Musei ad Amsterdam, da quali cominciare
Amsterdam ha più musei di quanti se ne possano vedere in un viaggio, e conviene scegliere. Ecco quelli che vi consigliamo se avete poco tempo e volete capire la città, non solo elencarla.
Il Rijksmuseum, anzitutto. Fu fondato il 19 novembre 1798 all’Aia e si trasferì ad Amsterdam nel 1808; l’edificio attuale è di Pierre Cuypers e aprì nel 1885. Custodisce circa un milione di oggetti, tra il 1200 e il 2000, ma ne espone circa ottomila: tra questi, la Ronda di notte di Rembrandt e la Lattaia di Vermeer. Il passaggio che attraversa l’edificio è anche una pista ciclabile, il dettaglio che racconta Amsterdam meglio di una didascalia. Il museo è stato ristrutturato per un decennio, con un costo di 375 milioni di euro, e riaperto il 13 aprile 2013.
Il Museo Van Gogh, sulla Museumplein, aprì il 2 giugno 1973 in un edificio di Gerrit Rietveld, con un’ala ovale di Kisho Kurokawa per le mostre temporanee. Ha la più grande collezione al mondo di Van Gogh: duecento dipinti, quattrocento disegni e settecento lettere. La storia di come siano arrivati lì è quasi un racconto a sé: Vincent morì nel 1890 lasciando quasi tutto invenduto al fratello Theo, che gli sopravvisse solo sei mesi, e fu la vedova di Theo, Johanna van Gogh-Bonger, a tenere insieme la raccolta e a farne conoscere l’artista. Tra le opere, la Camera da letto ad Arles, i Girasoli, i Mandorli in fiore e Campo di grano con volo di corvi.
Per cambiare registro, lo Stedelijk, il museo d’arte moderna e contemporanea sulla stessa piazza: istituito nel 1874 e aperto al pubblico nel 1895, ha circa novantamila opere del Novecento e del nuovo secolo, e la più grande raccolta di Malevič fuori dalla Russia, oltre a Mondrian, Kandinsky, Matisse e Warhol. Un’ala nuova, aperta nel 2012, è stata ribattezzata dagli amsterdamesi “la vasca da bagno”.
L’Anne Frank Huis è un’altra cosa ancora, e si visita in silenzio. La casa, del 1635, sta al numero 263 della Prinsengracht, vicino alla Westerkerk. Nel retro, per due anni e un mese, Anne Frank e altre sette persone vissero nascoste prima di essere scoperte dai nazisti; solo Otto Frank sopravvisse alla guerra, e il diario di Anne fu pubblicato nel 1947. Il piano terra ospitava le ditte di spezie di Otto, Opekta e Pectacon. La Fondazione fu creata nel 1957 per salvare l’edificio dalla demolizione e il museo aprì il 3 maggio 1960. Il nascondiglio misurava circa quaranta metri quadrati.
Infine, due musei che i viaggiatori in fretta saltano e che sono tra i più legati alla storia della città. La Rembrandthuis, in Jodenbreestraat 4, è la casa che Rembrandt comprò il 5 gennaio 1639 per tredicimila fiorini e dove visse fino al 1658, con lo studio e la bottega: il fallimento lo costrinse a lasciarla e a venderla all’asta. Le stanze sono state ricostruite in base all’inventario del suo fallimento nel 1656, e c’è una raccolta quasi completa delle sue acqueforti. Lo Scheepvaartmuseum, il museo della navigazione, occupa dal 1973 l’ex magazzino navale ‘s Lands Zeemagazijn, disegnato da Daniël Stalpaert e costruito nel 1656; all’esterno è ormeggiata una replica dell’Amsterdam, nave del Settecento che faceva la rotta fra Paesi Bassi e Indie orientali, costruita fra il 1985 e il 1990. Dentro, le carte dei Blaeu, padre e figlio, cartografi del Seicento: la geografia che finanziò la città.
L’Aia, dove la politica sta dentro un castello d’acqua
Con l’auto siamo scesi verso sud, all’Aia. È un dettaglio che sorprende chi la scopre: la capitale è Amsterdam, ma il governo siede all’Aia, e con esso il parlamento e i tribunali internazionali. Il Binnenhof sorge su un terreno che il conte Floris IV acquistò nel 1229 per costruirci un padiglione di caccia; suo figlio Guglielmo II avviò la costruzione della Ridderzaal, la Sala dei Cavalieri, completata sotto Floris V. Estinta nel 1299 la casa regnante d’Olanda, il complesso cambiò più volte mano; i duchi di Baviera lo rilanciarono, e Alberto I (1358-1404) ne fece la sua residenza principale, spingendo così lo sviluppo della città attorno. Nel 1584 lo statolder Maurizio vi stabilì la propria residenza e nello stesso anno la sala divenne sede degli Stati Generali. Oggi il complesso ospita le due camere del Parlamento olandese e viene considerato il più antico edificio parlamentare ancora in uso.

Dall’altra parte dello specchio d’acqua della Hofvijver, la torretta a punta sulla sinistra è il Torentje, la “torretta” dove dal 1982 ha l’ufficio il Primo Ministro: l’ufficio del capo del governo olandese affaccia sullo stesso specchio d’acqua. Ogni anno, a settembre, la Ridderzaal ospita il discorso del Trono.

A pochi passi si trova il Mauritshuis, costruito tra il 1636 e il 1641 da Jacob van Campen e Pieter Post come residenza del conte Giovanni Maurizio di Nassau, e museo dal 1822. Ha una collezione piccola, 854 opere, quasi tutte dell’età d’oro olandese, ma di quelle che pesano: la Ragazza con l’orecchino di perla e la Veduta di Delft di Vermeer, oltre a Rembrandt, Frans Hals e Paulus Potter.
Un’altra tappa all’Aia è il Palazzo della Pace, inaugurato il 28 agosto 1913 con i soldi di Andrew Carnegie. Il progetto fu scelto nel 1905 tra duecentosedici proposte e vinse l’architetto francese Louis Cordonnier, neorinascimentale. Ospita dal 1913 la Corte permanente di arbitrato e dal 1946 la Corte internazionale di giustizia; molti paesi contribuirono con doni, come vasi russi, porte belghe, marmi italiani, tappeti persiani e arazzi giapponesi in seta.
Delft, una porta rimasta in piedi
A Delft ci siamo fermati davanti all’Oostpoort, la Porta Orientale. È un esempio di gotico di mattoni del Nord Europa, costruito attorno al 1400; intorno al 1510 le torri furono sopraelevate con un piano ottagonale e le alte guglie che si vedono oggi. È l’unica porta cittadina rimasta a Delft: le altre furono demolite negli anni Quaranta dell’Ottocento, e questa si salvò perché aveva meno traffico delle altre. Fu restaurata nel 1964 e oggi ospita una galleria d’arte e un’abitazione privata.
Dal canale la facciata è quasi teatrale: due torri appuntite, un ponte levatoio bianco, e davanti l’acqua con le canoe rosse. Dal lato della città il quadro cambia, e al posto della scenografia c’è una strada di ciottoli, un arco di mattoni, tetti di tegole rosse e gerani alle finestre.


In centro, sulla piazza del Mercato, la Nieuwe Kerk custodisce la tomba di Guglielmo il Taciturno, ucciso a Delft nel 1584 e sepolto nella chiesa in un mausoleo dei fratelli Hendrick e Pieter de Keyser. Da allora la cripta accoglie i membri della casa d’Orange-Nassau, ultimi la regina Giuliana e il principe Bernhard nel 2004. Nella stessa chiesa riposa Hugo Grotius, nato qui. La torre, la seconda per altezza fra quelle di chiesa dei Paesi Bassi, ha una guglia ricostruita da Pierre Cuypers e finita nel 1872; nel 1586 Simon Stevin la usò per i suoi esperimenti sulla caduta dei gravi.
Delft è anche la città della ceramica blu. Nel Seicento i vasai olandesi cercarono di imitare la porcellana cinese importata dalle Compagnie, con una smaltatura bianca a base di stagno e un decoro dipinto in blu cobalto. L’esplosione della polveriera, il 12 ottobre 1654, trasformò la città: le birrerie in disuso diventarono botteghe di ceramica, e da lì partì il periodo d’oro del vasellame di Delft, che tra il 1640 e il 1740 produsse, secondo le stime, circa ottocento milioni di piastrelle. Una delle due manifatture sopravvissute, la Koninklijke Porceleyne Fles, è ancora a Delft e fu fondata nel 1653.
La sosta dei formaggi
Lungo il percorso ci siamo fermati in un negozio di formaggi. Sull’insegna c’era scritto graskaas, “formaggio d’erba”; in vetrina, una infinità di forme tonde e gialle impilate.

Il graskaas si fa con il latte delle prime mungiture dopo che le mucche, chiuse in stalla tutto l’inverno, tornano al pascolo: il latte è ricco, il sapore delicato, la pasta cremosa. Di solito arriva sul mercato all’inizio dell’estate, ma a Delft, nella primavera eccezionalmente mite del 1596, comparve sul mercato già il 28 marzo. Per il latte di mucche nutrite in stalla con il fieno esiste invece un termine apposito: hooikaas, formaggio di fieno. Il meikaas, formaggio di maggio, è un’altra variante, con stagionatura ancora più breve.
Il Gouda deve il nome alla città di Gouda, dove veniva venduto, non necessariamente prodotto. Il mercato si svolgeva con il rito dell’handjeklap: compratore e venditore si battono le mani e gridano i prezzi, e i facchini della corporazione, con i cappelli di paglia colorati, trasportano in carriola forme da circa sedici chili. Oggi i mercati tradizionali sopravvivono ad Alkmaar, Gouda, Edam, Woerden e Hoorn, e la corporazione dei formaggiai di Alkmaar fu fondata il 17 giugno 1593. Dopo la contrattazione, le forme vengono pesate nella Waag, la casa del peso.
Le categorie di stagionatura sono sei: giovane, di circa quattro settimane; giovane stagionato, otto-dieci settimane; stagionato, sedici-diciotto; extra stagionato, da sette a nove mesi; vecchio, da dieci a dodici; molto vecchio, fino a ventun mesi. Stessa forma, sapori quasi opposti. C’è una differenza da sapere: il nome “Gouda” da solo non è protetto e si produce in tutto il mondo, mentre “Gouda Holland”, “Noord-Hollandse Gouda” e “Boerenkaas” hanno la tutela europea e richiedono latte olandese; il boerenkaas, quello di fattoria, a latte crudo, è fatto ancora da circa trecento allevatori.
Utrecht, una torre e una chiesa che non si toccano più
Utrecht è la più antica delle città che abbiamo attraversato: nasce da un forte romano del 50 circa, Traiectum, ed è il centro religioso dei Paesi Bassi dall’ottavo secolo. Nel 1579 vi fu firmata l’Unione di Utrecht, l’atto da cui nacque la Repubblica olandese, e la sua università è del 1636.
A Utrecht la Domtoren è alta 112 metri e 32 centimetri, la torre di chiesa più alta d’Olanda. Fu costruita tra il 1321 e il 1382 su disegno di Giovanni di Hainaut, tra le proteste del predicatore Geert Groote, che la trovava eccessiva per dimensioni, costo e scopo. Il 1° agosto 1674 un tornado distrusse la navata ancora incompiuta della cattedrale e lasciò la torre intatta: da allora la torre e la chiesa sono separate dalla piazza, e l’assenza della navata si legge ancora a terra, nel colore diverso della pavimentazione. Per arrivare in cima si salgono 465 gradini.
Da lassù si vede il tetto del Domkerk dall’alto, la croce delle coperture di piombo e i contrafforti che corrono lungo i fianchi, e tutt’attorno una città di tetti rossi e grigi. La torre ospita quattordici campane per trentadue tonnellate, soprattutto fuse da Geert van Wou nel 1505-1506, e un carillon di cinquanta campane installato nel 1664.

Scesi, vale la pena camminare lungo l’Oudegracht, il canale principale, che ha una particolarità: le banchine stanno su due livelli. In basso i magazzini scavati nel muro del canale, le werfkelders, usate un tempo per le merci scaricate dalle barche; sopra, la strada con le case. Utrecht è anche la città di Dick Bruna, il creatore di Miffy, Nijntje in olandese.
Il castello De Haar e il villaggio spostato
Fuori Utrecht, a Haarzuilens, sorge il castello De Haar. Il primo documento è del 1391, quando la famiglia De Haar ebbe in feudo il castello e le terre attorno; col passare dei secoli, soprattutto dopo il 1641, il castello andò in rovina, e all’Ottocento ne restava poco. Nel 1890 lo ereditò il barone Etienne van Zuylen van Nijevelt che, con il patrimonio della moglie Hélène de Rothschild, affidò la ricostruzione a Pierre Cuypers, lo stesso architetto del Rijksmuseum e della stazione centrale di Amsterdam. I lavori durarono vent’anni, dal 1892 al 1912, e restituirono un castello da duecento stanze e trenta bagni, con generatore elettrico e riscaldamento a vapore, soluzioni tecniche d’avanguardia che oggi sono considerate patrimonio industriale.
Per fare spazio al parco e ai giardini formali, il villaggio di Haarzuilens fu demolito, salvo la chiesa, e gli abitanti furono trasferiti un chilometro più in là, in un nuovo borgo pseudomedievale disegnato in gran parte dallo stesso Cuypers e dal figlio Joseph. Nel 2000 la famiglia ha ceduto la proprietà alla Fondazione Kasteel de Haar, che tra il 2001 e il 2011 ha condotto un grande restauro. Quando si guarda il castello specchiarsi nel fossato, con le torri di mattoni e il tetto di ardesia, è difficile ricordare che il paesaggio attorno è stato ridisegnato a tavolino.

Tra una città e l’altra, i prati
Tra una tappa e l’altra la strada passa in mezzo ai prati, e i prati sono pieni di mucche pezzate, nere e bianche, a testa bassa nell’erba. Il paesaggio è piatto perché è nuovo: circa metà del territorio olandese si trova a meno di un metro sopra il livello del mare, e il punto più basso del paese, nella Zuidplaspolder vicino a Nieuwerkerk aan den IJssel, è a sette metri sotto. In un paese così, la distinzione tra terra e acqua è sempre stata una questione di manutenzione: dighe e dune sul mare, argini lungo i fiumi.

Amersfoort e la porta che è anche un ponte
Amersfoort ottenne i diritti di città nel 1259 dal vescovo di Utrecht. Il nome viene da un guado sull’Amer, il corso d’acqua oggi chiamato Eem, attestato nelle carte dall’undicesimo secolo. Il centro conserva il carattere medievale, con la chiesa di San Giorgio, le Muurhuizen, le case costruite dove prima correva la cinta, e la torre di Nostra Signora, alta novantotto metri e detta Lange Jan, Giovanni il Lungo. Quando fu costruita era il centro geografico del paese, il riferimento per il sistema di coordinate olandese.
In questa città la Koppelpoort unisce due funzioni in una: è una porta di terra e una porta d’acqua insieme, a cavallo del fiume Eem. Fu costruita tra il 1380 e il 1425, nella seconda cinta muraria della città, e respinse un assalto durante l’assedio del 1427, senza mai essere violata. Per manovrare la chiusa servivano almeno dodici uomini, i raddraaiers, che camminavano dentro una grande ruota: un lavoro pericoloso, perché bastava un movimento scoordinato per provocare un incidente. Pierre Cuypers ne ritoccò l’aspetto nel 1885 e nel 1886; un restauro del 1996 valse alla città il premio Europa Nostra per il rispetto dei materiali antichi. Dal 1969 al 1993 il monumento ospitò un teatro di marionette.
Quando l’abbiamo vista, il fossato davanti alla porta era coperto da un tappeto verde brillante di lenticchie d’acqua: una superficie così uniforme da sembrare un prato, con il ponte ad archi e le torri di mattoni che vi si appoggiavano sopra. Ad Amersfoort è nato, nel 1872, il pittore Piet Mondriaan, e la sua casa natale è un museo con la ricostruzione del suo studio parigino.

Zaanse Schans, il villaggio dei mulini
A nord di Amsterdam, sul fiume Zaan, siamo arrivati a Zaanse Schans. Il luogo come lo vediamo oggi nasce negli anni sessanta del Novecento, quando edifici storici della zona della Zaan, minacciati di demolizione, furono spostati qui per ricostruire un villaggio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. Ma la storia che racconta è più antica: la regione, nel Seicento e nel Settecento, era uno dei primi distretti industriali d’Europa, con centinaia di mulini a vento che segavano il legname, spremevano olio, macinavano spezie e producevano pigmenti. Oggi restano mulini come De Kat, dove si fanno i colori, De Zoeker, un mulino da olio, e De Huisman, dove si macina la senape.
Le case sono rivestite di legno verde scuro con i profili bianchi, i tetti di tegole rosse e i frontoni sagomati, e stanno in riga lungo l’acqua, ognuna con il suo ponticello bianco e il suo pezzetto di giardino. Davanti a una di queste facciate, una bicicletta appoggiata a un lampione: la bicicletta, qui, è ovunque.


Nella vicina Zaandam, nel 1697, lo zar Pietro il Grande si fermò a studiare la costruzione navale prima di trasferirsi ad Amsterdam; la casa dove alloggiò è oggi un museo, la Czaar Peterhuisje. Nel 1871 vi visse per circa sei mesi anche Claude Monet, che dipinse venticinque tele, tra cui Case sull’Achterzaan e un mulino a Zaandam. Da queste parti si trova anche l’origine di una catena di supermercati che gli olandesi conoscono bene: Albert Heijn, fondata nel 1887 a Oostzaan, nella stessa zona, ha poi stabilito la sede a Zaandam.


La grande diga del nord
L’ultima parte del viaggio è stata la più lunga e la più dritta. Per capirla bisogna tornare al 13 e 14 gennaio 1916, quando durante una tempesta invernale le dighe lungo lo Zuiderzee cedettero e allagarono ampie zone. Fu il colpo decisivo che spinse a realizzare piani già pronti: il 14 giugno 1918 una legge fissò tre obiettivi, difendersi dagli effetti del Mare del Nord, ottenere nuove terre agricole e creare un lago d’acqua dolce che migliorasse la gestione delle acque.
L’Afsluitdijk, la “diga di chiusura”, è lunga trentadue chilometri e collega Den Oever, in Olanda Settentrionale, a Zurich, in Frisia. Fu costruita tra il 1927 e il 1932 per chiudere lo Zuiderzee, un braccio di mare aperto sul Mare del Nord, e trasformarlo nell’IJsselmeer, un lago d’acqua dolce. Il piano originario era dell’ingegnere Cornelis Lely, che lo presentò nel 1891; il fisico Hendrik Lorentz calcolò come sarebbero cambiate le maree via via che l’apertura si restringeva. L’ultima breccia fu chiusa il 28 maggio 1932, due anni prima del previsto, con migliaia di operai in piena Grande Depressione, ventisette grandi draghe e centinaia di altre imbarcazioni al lavoro.
La larghezza della sommità è di circa novanta metri, e si avanza su una linea tracciata tra due specchi d’acqua: da una parte il lago, dall’altra il mare dei Wadden. Lungo la diga ci sono le chiuse Stevin e Lorentz, che regolano lo scarico dell’acqua in eccesso, e un monumento dedicato proprio a Lely, opera di Mari Andriessen, inaugurato nel 1954 e spostato nel 2007. Oggi vi passa l’autostrada A7, con circa ventimila veicoli al giorno, e la diga è stata più volte rialzata, soprattutto dopo la tempesta del 1953.
La diga fu soltanto il primo passo. Dietro di essa, il lago è stato in parte prosciugato a poco a poco: il Wieringermeer nel 1930, il Noordoostpolder nel 1942, il Flevoland orientale nel 1957 e quello meridionale nel 1968. Nel 1966 nacque la città di Lelystad, così chiamata in onore dell’ingegnere, e nel 1986 la provincia di Flevoland, con circa millesettecento chilometri quadrati tolti al mare. Quello che è stato un fondale marino è oggi terra con città e campi.
Quello che l’acqua ci ha insegnato
Poi la diga è finita, e c’era di nuovo terra: ferma, asciutta, con la strada che ci portava via. È stato allora che le tappe del viaggio, fino a lì separate, si sono messe in fila come i pezzi di un’unica frase. Una diga sull’Amstel, e nacque Amsterdam. Un fossato, e la Koppelpoort. Un villaggio spostato di un chilometro per far posto a un castello. Una tempesta, nel gennaio del 1916, e sedici anni dopo un argine che ha cambiato il nome di un mare. Ogni cosa che avevamo visto era, in forma diversa, la stessa risposta alla stessa domanda: come si vive dove l’acqua potrebbe riprendersi tutto.
La risposta olandese non ha niente di eroico. È fatta di manutenzione. Di gente che ogni anno rialza un argine, ripulisce un canale, ripesca una bicicletta, restaura una porta che aveva quasi seicento anni. I gerani sulla casa galleggiante, il salice piegato sull’acqua, le mucche a testa bassa su un prato che fino a poco tempo fa era un fondale: sembrano dettagli da cartolina, ma sono l’ultimo anello di una catena che parte da Cornelis Lely e da uno Zuiderzee che nel 1916 entrò nelle case. Dietro ogni scena tranquilla c’è un lavoro che qualcuno ha deciso di non smettere mai.
Viaggiare è rallentare, e l’Olanda lo insegna senza dirlo: nessuno ha mai avuto fretta di costruire quello che doveva durare. Certi luoghi non si visitano, si portano dentro. E se un giorno ci capiterà di credere che le cose belle si difendano da sole, ci torneranno in mente quei trentadue chilometri: il lago da una parte, il mare dall’altra, e in mezzo una strada tenuta in piedi da mani che non hanno mai smesso di crederci. Allora ricorderemo che niente di ciò che amiamo è scontato, e che l’unico modo di dire grazie a un luogo è attraversarlo piano, con il cuore aperto, fino all’ultimo chilometro.

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