31/10/2026 Genova – parte seconda. La città verticale: un pomeriggio tra ascensori, funicolari e mura, fino al tramonto

Autore: Fabiano Conti

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11–16 minuti

Nel primo articolo siamo rimasti in basso, nelle strade più strette. Questo parte dal presupposto opposto: a Genova, per capire la città, a un certo punto bisogna salire. Il porto sta al livello del mare e dietro il centro storico le colline salgono in fretta: il Righi, dove arriva una delle funicolari di questo percorso, sta a circa trecento metri, e il forte Sperone, nel punto più alto delle Mura Nuove, supera i quattrocentocinquanta. Per non lasciare tutto alle gambe la città ha costruito funicolari e ascensori, con i mezzi dell’epoca: l’acqua, il legno, il ferro, poi l’elettricità. Molti sono ancora in servizio.

Vi propongo un pomeriggio: otto tappe, cinque digressioni facoltative e due soste per la merenda in locali storici. In fondo c’è la sorpresa che avevo promesso, il tramonto, nel luogo di cui nell’articolo precedente vi avevo dato soltanto gli indizi.

Un suggerimento per chi ha fatto l’itinerario del mattino: finisce in piazza Sarzano, e lì vicino c’è la fermata Sarzano/Sant’Agostino della metropolitana. Per raggiungere l’inizio di questo percorso prendete il treno in direzione Brin, passate da San Giorgio e Darsena e scendete alla terza fermata, Principe, che è proprio la stazione da cui si parte. Dopo pranzo, con le gambe che hanno già camminato nei caruggi, è il modo più rapido.

Anche qui ho scelto di non mettere fotografie, perché voglio lasciare a voi la scoperta dei luoghi. L’unica immagine è la mappa. I numeri sono le tappe, le lettere azzurre le digressioni facoltative (tratteggiate), i quadrati arancioni i posti dove fare merenda, e i tratti puntinati quelli che si fanno in ascensore o in funicolare, spesso sottoterra: lì il tracciato disegnato è soltanto indicativo.

Prima di partire

Questo percorso è costruito all’indietro, a partire dal tramonto. L’ora cambia molto da una stagione all’altra, quindi cercate quella del giorno in cui andate e arrivate sulla spianata almeno mezz’ora prima. Senza digressioni né merenda, tra cammino, attese e corse in funicolare, mettete in conto circa tre ore e mezza: è una mia stima, non un orario; quindi, partite quattro ore e mezza prima del tramonto, e prima ancora se volete fermarvi a mangiare o fare una digressione. A piedi si cammina poco, circa un chilometro e trecento metri in tutto, perché il resto lo fanno gli impianti.

Una precauzione pratica. Funicolari e ascensori seguono orari, giorni di manutenzione e tariffe che cambiano, e a volte restano fermi per lavori. Controllateli prima di partire, e controllate anche gli orari del Castello d’Albertis e dei due locali per la merenda. Per l’ultima tappa, se l’ascensore fosse fermo, vi indico un’alternativa a piedi.

Tappa 1: piazza Acquaverde

Si parte dove è cominciato il primo articolo, dalla stazione di Piazza Principe, ma stavolta si guarda in su. Dalla piazza davanti alla stazione si vede bene la forma della città: da una parte il porto e le strade a livello del mare, dall’altra, subito dietro, il monte. L’imbocco del primo impianto è in via Balbi, a pochi passi.

Tappa 2: l’ascensore di Montegalletto

L’ascensore di Montegalletto è uno degli impianti più strani di Genova. Aprì nel 1929, costruito da una società privata per collegare la stazione ferroviaria con Montegalletto, e all’inizio era soltanto un ascensore. Oggi funziona in due parti: dalla stazione inferiore, in via Balbi, si entra in una galleria orizzontale di qualche centinaio di metri, percorsa da una funicolare, poi si passa a una cabina che sale in verticale per circa settanta metri. Il dislivello totale è di circa settantadue metri. La stazione superiore è in corso Dogali, vicino al castello.

L’impianto si fermò nel 1995, alla scadenza della sua vita tecnica. I lavori di rifacimento, affidati a un consorzio guidato da Poma Italy, durarono da settembre 2002 a giugno 2004, e fu riaperto al pubblico il 15 dicembre 2004. Il viaggio ha una particolarità: attraversate la collina da dentro prima di vederla da fuori.

Tappa 3: il Castello d’Albertis

Il castello che trovate in cima non è medievale. Lo fece costruire il capitano di mare Enrico Alberto d’Albertis, che ci abitò, a partire dal 1886: i lavori finirono nel 1893. Il progetto è attribuito a lui, e la costruzione fu seguita da Alfredo D’Andrade, lo stesso del restauro di San Donato di cui vi ho parlato nel primo articolo. Lo stile è un neogotico a collage, ispirato ai palazzi di Firenze e ai castelli della Valle d’Aosta. Ha cinque piani ed è la prima villa castello costruita a Genova.

Il luogo era già fortificato: nel Duecento c’era un’area fortificata, rinforzata nel Cinquecento. D’Albertis conservò le fondamenta del bastione e una delle torrette, e le incorporò nell’edificio. Alla sua morte, nel 1932, donò il castello alla città. Dal 2004 ospita il Museo delle Culture del Mondo, con gli oggetti etnografici e archeologici che raccolse in Africa, in America, in Nuova Guinea e in Oceania, i modelli di navi, gli strumenti nautici, le fotografie e la sua biblioteca. Il Museo delle Musiche dei Popoli espone strumenti musicali di tutto il mondo. Il museo ha orari propri: se arrivate tardi non lo visitate, ma il parco intorno e la posizione sul colle valgono comunque la salita.

Scendete con lo stesso ascensore e tornate in via Balbi.

Tappa 4: largo della Zecca

Da qui si cammina verso est lungo via Balbi, che più avanti si chiama via Bensa, fino a largo della Zecca. È una passeggiata di circa settecento metri, e conviene farla senza fretta: serve a riprendere fiato prima della salita vera.

A largo della Zecca parte la funicolare che porta al Righi. La parte alta fu inaugurata nel 1895 e quella bassa nel 1897. Il tracciato è lungo 1.428 metri e supera un dislivello di 279, con una pendenza media di poco superiore al 19 per cento. Il tratto inferiore corre quasi interamente in galleria, mentre il tratto superiore fu costruito all’aperto. Tra il 1963 e il 1965 la linea fu ricostruita con un’unica sezione e un binario di incrocio a San Nicola, dove le due vetture si incontrano a metà corsa; il servizio completo riprese nel 1966. Le fermate intermedie sono cinque: Carbonara, San Nicola, Madonnetta, via Preve e San Simone.

Digressione facoltativa, punto A: se sul percorso vi ferma la curiosità, scendete alla fermata Madonnetta. Da lì si raggiunge il Santuario della Madonnetta, dove c’è un presepe permanente. Tenete conto del tempo, perché per risalire dovrete aspettare la corsa successiva.

Tappa 5: il Righi

La corsa dura tra dodici e quindici minuti, secondo le fonti. Al Righi, a circa trecento metri di quota, la piattaforma della stazione guarda verso sud-ovest: da qui si distinguono la Lanterna e le navi in porto. Vale la pena fermarsi qualche minuto a guardare e a scattare qualche foto.

Dal Righi parte anche il mondo delle mura. Le Mura Nuove furono erette nel Seicento per proteggere meglio la città e il suo bacino portuale; furono decise nel 1626 e costruite tra il 1629 e il 1633, e oggi sono ben conservate. Dentro il Parco urbano delle Mura, area naturale protetta dal 2008, i forti e i sentieri coprono 617 ettari di colline tra la val Bisagno e la val Polcevera. Un solo pomeriggio non basta per esplorarli, e non è il caso di provarci: è il motivo per cui li lascio come invito a tornare.

Digressione facoltativa, punto B: se avete tempo, dal Righi si raggiunge il forte Castellaccio seguendo la strada delle mura, oltre l’osservatorio astronomico. Fu eretto nel Trecento come torre fortificata e rimaneggiato nel Settecento e nell’Ottocento dai Savoia: è basso, allungato e nascosto dal bosco, tanto che da lontano si vede poco. Vi si trova la Torre Specola, ottagonale, costruita tra il 1817 e il 1820, dove un tempo si eseguivano le sentenze capitali. Se decidete questa digressione valutate quanto tempo vi toglie, perché alla spianata dovete arrivare prima del tramonto. Il forte Sperone, il punto più alto delle mura, si raggiunge con l’itinerario dal Righi a forte Begato, che passa anche da Castellaccio: sono 3,5 chilometri e circa un’ora e mezza; quindi, è una cosa per un altro giorno.

Tappa 6: via Cairoli e via Garibaldi

Si riscende con la funicolare. Da largo della Zecca si scende verso via Garibaldi, la Strada Nuova, con i suoi palazzi dei Rolli, passando da via Cairoli: l’obiettivo è piazza della Meridiana, dove la strada comincia. Via Garibaldi sta in basso, e sopra c’è la collina di Castelletto, a cui stiamo andando.

Gli impianti che salgono alla spianata sono due, e lo mostra la cartina del Comune: Castelletto Ponente parte da piazza della Meridiana, Castelletto Levante da piazza del Portello. Il nostro è il Levante, quello dell’ultima tappa; se fosse fermo, il Ponente è un’alternativa.

Digressione facoltativa, punto C: il Mirador di Palazzo Rosso, in via Garibaldi, è un punto panoramico.

Tappa 7: piazza del Portello e la merenda

Via Garibaldi finisce in piazza del Portello. Qui, in via del Portello 2, c’è la prima sosta per la merenda, a due passi dall’ascensore: la pasticceria Villa Profumo, aperta nel 1827 da Domenico Villa, che all’inizio vendeva spezie coloniali. Nacque nelle ex scuderie di Palazzo Lercari Parodi, in via Garibaldi, e presto si affiancò un laboratorio dedicato alla pasticceria raffinata, allora riservata all’aristocrazia. Rimase ai Villa fino al 1957, poi passò a Enrico Gadola, che nel 1968 la vendette a Mario Profumo, pasticciere formatosi nella fabbrica di cioccolato e menta Horvath, in salita delle Fieschine. Dal 1990 la guidano Marco e Maurizio con la madre Elena.

Gli arredi sono quelli ottocenteschi: scaffalature, vetrine e banconi in legno e vetro, pavimento in marmo e soffitti a volta a crociera con decorazioni floreali affrescate, che risalgono alla prima metà dell’Ottocento. Le mensole sono color verde tiffany, e tra gli strumenti antichi si conserva una macina in pietra per il cacao. Si assaggiano i boeri genovesi al rum, incartati in bianco e blu, i confetti al cioccolato, i marron glacé, la frutta candita, le olive di cioccolato e il pandolce genovese. Dal 2006 c’è anche una gelateria in vico Superiore del Ferro, nei locali dove il nonno Giuseppe Armando aprì la prima pasticceria Profumo.

Digressione facoltativa, punto D: dal Portello parte anche la funicolare di Sant’Anna, che sale a corso Magenta. Fu aperta nel 1891 e funzionava ad acqua; dal 1980 è elettrica, e dopo un incendio che distrusse la stazione superiore fu rimodernata nel 1991. Ha un binario con scartamento di 1,2 metri e una piazzola di incrocio a metà corsa.

Digressione facoltativa, punto E, con seconda merenda: da piazza del Portello si scende verso piazza Corvetto, a circa 270 metri in linea d’aria. Lungo il tragitto, la Villetta Di Negro è segnata tra i punti panoramici della cartina. In piazza Corvetto 3 rosso c’è la pasticceria Mangini, una bottega storica fondata nel 1876 con il nome Fossati e Gismondi, poi Gismondi e Mangini, e Mangini dal 1945. Dal 1957 appartiene alla famiglia Rossignotti, pasticceri originari di Sestri Levante. Tra i clienti del passato si ricordano Sarah Bernhardt, Gilberto Govi, Eugenio Montale, Camillo Sbarbaro e Sandro Pertini, che allora dirigeva il quotidiano Il Lavoro: oggi la sala interna è dedicata a lui. Dal 1947 al 1968 il locale ospitò le redazioni improvvisate de Il Secolo XIX e de Il Lavoro. Nel 1893 vi si fermò a comprare dolci la principessa Sissi, di passaggio in città.

Gli interni hanno influenze rococò: specchi alle pareti, lampadari e stucchi dorati, pavimento a scacchi bianchi e neri e un banco in legno intarsiato che potrebbe essere quello originale. I dolci tipici sono la sacripantina, con strati di pan di Spagna bagnati nel maraschino e nei liquori, e la torta Zena, tradizionalmente quadrata. Negli anni Sessanta un tavolino di Mangini fu usato come oggetto di scena da Ernesto Calindri in un celebre spot televisivo di un amaro. Contate una decina di minuti in più di cammino, andata e ritorno, oltre al tempo della sosta, e assicuratevi di arrivare in tempo all’ultima tappa.

Tappa 8: la spianata di Castelletto

Eccoci alla sorpresa. Il luogo del tramonto è la spianata di Castelletto, chiamata anche belvedere Montaldo. Il nome ricorda la fortezza che vi sorgeva, il Castelletto, demolita nell’Ottocento: oggi la fortezza non c’è più, e il nome dice quello che ne è stato fatto, una spianata. L’area fu inclusa nella città soltanto nel Seicento, dopo il rinnovo delle fortificazioni.

L’ascensore parte da piazza del Portello. Fu inaugurato nel 1909 e sale per circa 57 metri. Nel 2020 l’azienda dei trasporti ha restaurato le cabine riportandole all’aspetto ligneo originale, sulla base di fotografie d’epoca e con l’approvazione della Soprintendenza: ha tolto il rivestimento interno aggiunto negli anni Ottanta, rifatto le strutture metalliche e installato nuovi pannelli interni in legno. In cima si arriva in una loggia liberty con le vetrate colorate. Se l’ascensore è fermo, si sale a piedi da via Garibaldi per la salita San Francesco.

Dalla terrazza panoramica si vedono il Porto Antico, i palazzi di Strada Nuova e i tetti in ardesia del centro storico, con i campanili, il porto, il mare e le colline sullo sfondo. Il reticolo di tetti che vi avevo promesso è proprio questo: buona parte di quello che avete attraversato al mattino, visto con l’altezza e la distanza che lì dentro non si hanno.

La luce cambia, e con lei il colore dei tetti: è il motivo per cui conviene arrivare con mezz’ora di anticipo e restare fino alla fine.

Dopo il tramonto

Quando la luce comincia a calare, non andate via subito. È il momento in cui conviene guardare i dettagli. Il legno della cabina con cui siete saliti, restaurato com’era nel 1909, e le vetrate colorate della loggia liberty da cui siete usciti: sono cose che di giorno si attraversano di corsa e che adesso, con il cielo che cambia, si vedono davvero. Poi i tetti in ardesia, uno dopo l’altro, a disegnare il reticolo che vi avevo promesso, con i campanili che spuntano in mezzo come punti fermi. E in fondo il porto e il mare, che quando la luce scende vanno guardati per ultimi.

Provate anche a cercare, tra i tetti, la zona dove siete stati al mattino. I caruggi da qui non si vedono come strade: si vedono come una trama fitta di ardesia, e solo chi li ha camminati sa che dentro ci sono fessure larghe settantanove centimetri. Pensate poi al nome di questo posto: dove c’era una fortezza oggi c’è uno spazio aperto, un belvedere con vista sulla città, e il nome è rimasto.

Quando il cielo si spegne e le luci della città si accendono, concedetevi qualche minuto in più. Per scendere potete riprendere l’ascensore, oppure tornare a piedi per la salita San Francesco verso via Garibaldi: in tutti e due i casi la città che ritrovate non è più quella di qualche ora prima, perché adesso la conoscete dall’alto e dal basso.

Abbiamo guardato Genova da sotto, per tutta la mattina, e da sopra, nel pomeriggio. Sono due modi di capire la stessa città: nei caruggi la si misura con le spalle, dalla spianata con gli occhi. Io l’ho vissuta da studente universitario e ci torno, e ogni volta mi accorgo che Genova non si finisce di vedere: ha sempre un livello in più, una salita che non avete fatto, un tetto da cui guardarla in un altro modo. Viaggiare è rallentare, e questa città ve lo ricorda ogni volta che prendete fiato salendo. Certi luoghi non si visitano, si portano dentro, e Genova è uno di questi. E quando tornerete a casa sono sicuro che non vi resterà un elenco di posti, ma una luce, un reticolo di tetti, e la voglia di tornare.

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